FRANCESCO SAVERIO BORRELLI (1981)


Vengo sorteggiato a far parte di una sezione della Corte d’Assise di Milano, in realtà dopo una lunga fila di rinunciatari: siamo ancora nel pieno degli anni di piombo, ed anche la criminalità organizzata non scherza. La Corte è composta dal Presidente Francesco Saverio Borrelli, un giudice a latere e sei “giudici popolari”. Deve giudicare due fatti di sangue. Per la cronaca nell’aula attigua, blindata, processo per terrorismo a membri di Prima Linea.
Primo processo: uccisione per rapina sulla Paullese di un cliente, operaio e scapolo, da parte di una prostituta e/o del suo protettore. Poveri cristi anche loro perché non si sono liberati della pistola, che gli hanno trovato in casa, in un vaso. Poco da fare, circa vent’anni per entrambi.
Il secondo invece è più complesso e movimentato. Coinvolge la “banda degli slavi” capeggiata dal noto “Draga” ed una banda rivale. In un bar di Piazza Novelli avviene la strage: mitragliate tra i tavolini per un efferato regolamento di conti. Due morti, se non ricordo male.
In aula si svolge il paradosso: il principale accusato si attibuisce la responsabilità, vantandosi pure. Durante il processo tuttavia evade da San Vittore in sieme ad alcuni accusati di Prima linea. Tutti vengono ripresi poco dopo. Ebbene in camera di consiglio (considero il segreto prescritto dopo molti anni) il Presidente Borrelli – a riprova di vero liberalismo e garantismo – sostiene, tra lo sconcerto dei giurati popolari, che la confessione non è una prova. La Corte, a maggioranza, avrebbe quindi assolto per quel reato l’imputato confesso ed evasore!
Un decennio dopo il benemerito dottor Borrelli avrebbe capeggiato in qualità di Procuratore Capo il “pool” Mani Pulite, tacciato di giustizialismo ma giustamente protagonista del maggior rivolgimento politico e morale della “prima repubblica” (a conferma che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”).