FRANCESCO ALBERONI (1970)


Frequentavo la Facoltà di Sociologia da “pendolare”. Mi ero iscritto durante l’autunno “caldo” dei metalmeccanici, insieme ad un collega della Singer di Monza, approfittando di uno sciopero di 8 ore e della rivendicazione contrattuale che prevedeva anche permessi retribuiti per gli studenti-lavoratori. Quindi studi eseguiti sui libri e viaggi a Trento solo per gli esami, per altro col rischio frequante di trovare l’Università in stato di occupazione da parte del duro “movimento” sessantottesco, annunciata dalla inflessibile bandiera rossa spiegata sopra l’austero portone del palazzo conciliare. In una di queste spedizioni, già convinto di aver fatto il viaggio a vuoto, entro comunque nell’ampio atrio ove invece invece del consueto brusio noto un silenzio assoluto: il palazzo è insolitamente deserto. Vuoti anche gli uffici della segreteria. Ma la quiete dura poco. Uno squadrone di poliziotti in tenuta antisommossa fa ingresso a passi cadenzati, facendo risuonare ritmicamente gli anfibi nel tempio della rinnovata cultura. Allora da una porticina esce il Rettore (il titolo d’onore di Magnifico era già caduto sotto i colpi della contestazione) Prof. Francesco Alberoni che giustamente protesta ed improvvisa di fronte agli attoniti e pasoliniani poliziotti una forbita lezione storico-sociologica sull’autonomia e la inviolabilità delle Università, già sancite dall’Imperatore Federico. Lo squadrone si irrigidisce sull’attenti fino a quando riceve l’ordine del dietro-front. L’intangibilità della sede del sapere è salva, fronteggiata dal battagliero Rettore e dall’ignaro sottoscritto. Il “movimento”, forse preavvertito da una soffiata, se l’era squagliata per tempo.