CONTRIBUTO ALLA MEMORIA DEL PCI MILANESE ANNI 60 - 90

di Valentino Ballabio


1) LA FGCI E LA BRIANZA ANNI 60

Un frammento semplice di memoria personale e locale risale al luglio '60: l'occupazione della Gilera di Arcore in contemporanea con i noti gravi eventi nazionali. Il comitato direttivo della sezione del PCI era composto quasi interamente da operai della nota fabbrica motociclistica, ovviamente pure membri della Commissione interna riunita in permanenza. L'occupazione si prolungò per settimane e culminò con un vibrante comizio, in una torrida serata, del deputato comunista monzese Aldo Buzzelli contro Tambroni e i padroni, davanti ad una piazza piena di popolo teso e partecipe, con la schiera di camionette dalla Celere sullo sfondo.

Decisiva per l'iscrizione alla FGCI, a 17 anni, fu tuttavia la commozione per i funerali di Togliatti (ma incisiva la lezione, nell'anno scolastico precedente all'istituto tecnico Hensemberger di Monza, di un coinvolgente professore di lettere e storia: Augusto Vegezzi, piacentino e già allievo di Antonio Banfi). Quindi l'impegno nella federazione della Brianza: riunioni nei vari borghi ancora agricoli usando un economico trasporto “collettivo”: il responsabile, l'unico dotato di una Fiat 500, raccoglieva tre o quattro attivisti e li collocava in sequenza nei diversi Circoli per poi recuperarli a notte col percorso inverso.

Con il successivo congresso del 1966 (al quale partecipai come delegato FGCI) la Federazione di partito della Brianza tuttavia deliberò il proprio scioglimento e la sua conversione in Zona della Federazione milanese.
Lì la lotta politica fu aspra. Da un lato la tendenza proto-migliorista, radicata nel distretto di piccola/media industria del mobile, guidata dal giovane deputato Carlo Olmini di Desio (che aveva sostituito alla Camera lo storico avvocato monzese Aldo Buzzelli) e da Rinaldo Comi ed Emilio Diligenti di Lissone che si opponeva allo scioglimento.

Dall'altro la pressione operaia, cresciuta con lo sviluppo della grande industria metalmeccanica (Philips e Singer a Monza, Candy a Brugherio, Autobianchi a Desio, SGS ad Agrate, IBM e Telettra a Vimercate, più le SNIE di Cesano Maderno e Varedo), sommata al ruolo di molti quadri delle sezioni brianzole pendolari nelle fabbriche di Sesto, richiedeva una più forte iniziativa sindacale e politica, foriera dell'imminente “autunno caldo”, che ovviamente aveva in Milano ed hinterland la sua forza propulsiva.

Segretario della Federazione era Bruno Cerasi, l'apparato composto da Valentino Mejetta, Edoardo Visconti, Luigi Bernareggi, Rita Verga, con Marino Camagni alla FGCI. Aldo Tortorella segretario milanese. La tesi dello scioglimento pertanto prevalse nettamente, per quanto la frazione lissonese avrebbe resistito per tutti gli anni '70 fino a saldarsi col migliorismo milanese trionfante dagli '80 in poi.
La nuova Zona fu quindi affidata ad Antonio Bertolini, con nuovi funzionari in un Partito aperto alla grande stagione berlingueriana.

Per ironia della sorte la Federazione di Monza e Brianza sarebbe invece risorta nei primi anni 2000 ad opera del PDS/PD, folgorato dall'iniziativa della Lega di Umberto Bossi di inventare una provincia autonoma scorporandola da quella di Milano, frantumando così in nuce la prospettiva, nata con l'intuizione del PIM, di un governo politico-istituzionale integrato dell'area metropolitana.

Tornando alla FGCI milanese della metà anni '60, guidata da Riccardo Terzi e Sergio Valmaggi, ebbi l'opportunità di svolgere il ruolo di funzionario seppure provvisorio, contribuendo tra l'altro alla redazione dei primi numeri de “La nostra lotta – periodico dei giovani comunisti milanesi” nonché allo scontro politico imperniato nella “lotta sui due fronti”, conclusa con l'espulsione/uscita di Aldo Brandirali da una parte e di Ugo Finetti dall'altra.

Lo scenario era comunque dominato dalla guerra di liberazione in Vietnam. Da ricordare il gesto di liberare - insieme ad una pioggia di volantini - una colomba bianca, introdotta nella borsa di Gaspara Pajetta, dal loggione nell'intervallo della “prima” della Scala del 1966!

 

2) LA FABBRICA E L'AUTUNNO CALDO

La possibilità di passare funzionario “di ruolo”, per la quale insistette Riccardo Terzi, fu tuttavia rifiutata dal sottoscritto con la motivazione “ideologica” di voler provare la fabbrica. Cosa allora pressoché immediata, svolto il servizio militare, per un perito industriale. Dapprima assunto alla Hensemberger di Monza: fonderia del piombo con metodi ancora pre-fordisti. I forni venivano caricati a caldo manualmente a badilate da coppie di operai, mentre il padrone, già podestà di Muggiò e con cappello calato in testa e mani conserte, si piazzava dietro le schiene a controllare. Ogni badilata una bestemmia e un'invocazione per un voto al PCI che sarebbe infatti avanzato alle politiche del '68!

Stante la rischiosità del pesante metallo, nel maggio dell'anno successivo passai tuttavia alla Singer, macchine per cucire, sempre a Monza. Fabbrica fordista per eccellenza (tempi e metodi, catena di montaggio) dalla quale sarei stato licenziato tre anni dopo per aver contestato un “tempista” non per il fatto in se, ma per aver svolto la discussione in presenza dell'operaio minacciato di taglio del cottimo!

Intanto fu “l'autunno caldo dei metalmeccanici”, fino all'approvazione dello Statuto dei lavoratori. Con esso si sarebbe aperto un decennio straordinario, portatore di basilari riforme in attuazione dei fondamentali principi civili, sociali e politici sanciti nella prima parte della Costituzione, nonostante la pesante cappa del terrorismo, le deviazioni para-massoniche e l'insidia di svariati sbandamenti estremistici.

Dall'interno della Singer potei assistere ad una doppia saldatura culturale e sociale prima che rivendicativa e sindacale. Da un lato l'intesa tra lavoratori non qualificati meridionali e aristocrazia operaia autoctona. La direzione aziendale aveva provveduto - in previsione dell'autunno - ad assumere numerosi neo-immigrati durante l'estate, contando sulla prevedibile debolezza e docilità. Al contrario proprio da questa incerta fascia umana sarebbe scaturita la forza d'urto della lotta e l'espressione di nuovi validi leader sindacali, che avrebbero riscosso il consenso ed il seguito dei più anziani operai specializzati, infine solidali e riconoscenti verso “i teruni” dapprima non proprio ben visti!

Dall'altro lato la saldatura tra operai, tecnici ed impiegati che per la prima volta aderiscono a scioperi e manifestazioni. L'inquadramento unico era infatti, con la riduzione dell'orario a 40 ore settimanali, l'aumento salariale uguale per tutti, diritti e libertà sindacali all'interno della fabbrica. un punto essenziale della piattaforma che avrebbe portato ad un contratto modello per tutto il mondo del lavoro. Di lì a poco l'approvazione della legge, con la firma del ministro socialista Brodolini e la benevola astensione del PCI, per garantire erga omnes una equilibrata tutela della parte più debole del rapporto di lavoro dipendente, non essendo allora neppure immaginabili le forme di precarietà e parcellizzazione oggi ricorrenti.

(La rivendicazione contrattuale inoltre comprendeva un piccolo pacchetto di permessi retribuiti per i lavoratori-studenti universitari che mi indusse, approfittando di una giornata di sciopero, ad iscrivermi a Trento ed in seguito laurearmi in sociologia).

L'autunno caldo produsse pertanto, oltre l'unità e la forza sindacale, effetti politici rilevanti. I quadri emergenti riversarono grinta e competenza nell'attività e nell'organizzazione di partito. A Monza si costituirono due sezioni di fabbrica, la Philips oltre alla Singer, e numerose cellule nelle aziende minori.

Al sottoscritto, vittima di quel piccolo ma significativo episodio di lotta di classe, toccò dal '73 al 76 il ruolo di segretario cittadino monzese, finalmente (su ordine di Taramelli) funzionario di partito e fiero delle vittorie – nella Brianza bianca – sia nel referendum sul divorzio sia nelle amministrative del '75, che strapparono la maggioranza assoluta alla DC a Monza ed in quasi tutti i comuni della zona.

Il segno politico sostanziale di quella fase fu comunque improntato al pensiero ed all'azione di Enrico Berlinguer, orientate a indicare un diverso modello di sviluppo economico e sociale, insieme ad una concezione alta e onesta della politica. Visione tuttavia sconfitta, anche dentro il suo partito, e rovesciata nel quarantennio successivo sino alle odierne conseguenze.

3) LA SCUOLA LENINISTA

“Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!” è il grido di fierezza e fiducia che accompagna la prima grande Festa dell'Unità nazionale del 1973, che si svolge proprio a Milano attorno all'Arena, conclusasi con il comizio finale di Enrico di fronte ad una immensa raccolta di popolo giunta da tutte le regioni d'Italia, dalle mondine padane ai minatori sardi.

Con il compagno Luigi Bernareggi sono incaricato di gestire il “ristorante Valtellina” (pizzoccheri, polenta taragna, vini della valle) che avrebbe sortito un inedito successo eno-gastronomico. con conseguente credito politico. Vengo pertanto inopinatamente chiamato a far parte della delegazione di otto militanti che avrebbero partecipato al corso semestrale presso la Scuola internazionale di formazione politica, a Mosca.

La delegazione è composta da due compagni milanesi, tre emiliano-romagnoli, due toscani, un piemontese. Partiamo il 7 gennaio 1974 ed atterriamo a Mosca con 17 gradi sottozero. L'Istituto che ci ospita comprende delegazioni di tutti i paesi del mondo, esclusi solo quelli in cui il partito comunista, o assimilati, è al potere. Pertanto una comunità cosmopolita, dai sud-centro americani (numerosi i cileni scampati al recente colpo di stato) ai medio orientali, dagli europei occidentali agli indiani ed australiani. Una internazionale di colori, culture e lingue, tuttavia con la l'unica mediazione, lessicale e politica, degli interpreti russi.

I corsi sono svolti da quattro insegnanti, che paradossalmente ci svelano quattro diversi indirizzi politico-culturali che attraversano il gruppo dirigente sovietico, sotto l'apparente unanimismo e centralismo bresneviano.

Ludmilla (materia: filosofia) ammira la linea euro-comunista, parla un italiano perfetto, legge Cesare Luporini e Galvano della Volpe, sottende un marxismo non dottrinario rispetto al “Lenin gavaril” ufficiale. Trafimov (teoria e tattica) è un allineato, meticoloso lettore della Pravda abile a perlustrare tra le righe i possibili movimenti nel Politburo. Darja (storia del PCUS) è etichettata dai compagni toscani con un lapidario “ci ha baffi”, sottintesa la malcelata nostalgia per i vecchi tempi. Laskov (economia politica) non parla italiano bensì un raffinatissimo francese, politicamente reticente e piuttosto orientato alla inclinazione-vodka.

(Tra le attività facoltative anche un corso di judo che abbandono dopo la seconda lezione, quasi soffocato da un giovane istruttore, basso tarchiato dalla faccia rotonda, di probabile provenienza KGB).

Nelle ore libere dentro la scuola, in particolare nella dependance della Piciana dove alloggiamo, si fraternizza con i compagni del mondo in sedicesimo ivi raccolto. Commovente inoltre l'incontro, tra gli altri “esuli” italiani, con Bruno Pontecorvo, mitico fisico nucleare, e con Giuliano Gramsci, violinista: entrambi gentili e dimessi tovarisch moscoviti.

Fuori dalla scuola si può circolare liberamente; la favolosa metropolitana con cinque copeki ti porta in ogni angolo della grande città. Cappotto lungo e colbacco d'ordinanza, più qualche “spassiba e carasciò” imparaticci consentono di osservare la vita normale dei moscoviti. Una folla disciplinata, tutelata nei livelli essenziali ma dalla vita sostanzialmente sovraordinata. Il dibattito pubblico è libero riguardo i problemi locali, mentre è nullo – anche per i membri di base del partito – sulle questioni nazionali ed internazionali: la politica sta già incolonnata sulla Pravda.

Un episodio imprevisto interrompe la routine: il direttore dell'Istituto viene destituito senza preavviso dalla sera alla mattina! L'unica delegazione che gli reca il saluto è la nostra, a dimostrazione della diversità ed autonomia del PCI. Berlinguer aveva già sostenuto, nella conferenza di Mosca del 1969, che “non esistono cattedre” nel movimento comunista ed internazionalista complessivo.

Con il disgelo di aprile si conclude il programma, prima con una visita a Leningrado e poi, con una lunga trasvolata, in Uzbekistan: Tashkent, Samarcanda, Bukharà. Il pezzo forte è l'incontro in un colkos produttore di cotone con la direttrice, donna evoluta e di potere in un paese islamico, confinante con l'Afganistan!

Infine la sfilata del 1° maggio sulla piazza Rossa, gli addii (conclusivi perché si sarebbe interrotto l'invio di delegazioni italiane alla “scuola leninista”) ed il rientro anticipato: ci attendeva la campagna referendaria per il divorzio.

 

4) LA COMMISSIONE SANITA'

I controversi anni '70 malgrado le insidie dell'estremismo e i disastri del terrorismo hanno consentito, sotto la spinta essenziale del PCI di Berlinguer, di mettere in atto un ampio programma di “riforme di struttura”. Talune fortunosamente sopravvissute, altre purtroppo svuotate o rovesciate a partire dagli anni '80 sino a cadere nell'oblio. La Federazione milanese ebbe, nel decennio in questione, un ruolo importante di elaborazione e iniziativa politica al riguardo, mediante l'organizzazione di Commissioni specifiche che accompagnavano e completavano l'azione di propaganda e mobilitazione generale sul territorio.

Ebbi la ventura, da giovane funzionario, di coordinare la Commissione Sanità e Sicurezza sociale dall'aprile 1976 al 1981, ereditandone la responsabilità da Filippo Zaffaroni che l'aveva fondata quasi dal nulla e fatta crescere ad un livello esaltante per entusiasmo militante e insieme rigore medico-scientifico. Da vecchio operaio della Franco Tosi e partigiano infatti Zaffaroni riuscì ad attirare una schiera di giovani medici disillusi dalle velleità sessantottine ed attratti da una proposta organica di riforma sanitaria che aveva avuto nel disegno di legge del 1973, primo firmatario Luigi Longo, un valido quadro di riferimento.

La costruzione di una rete di Cellule di partito in pressoché tutti gli ospedali della provincia, composte da operatori di tutti i livelli, dai luminari ai portantini, consentiva la circolazione delle idee e delle informazioni, base per la discussione e la produzione di elaborati in seno alla Commissione.

La prima virtuosa fase della neonata Regione vedeva inoltre iniziative d'avanguardia, in leale competizione con l'Emilia Romagna, rispetto alla legislazione nazionale sopratutto nel campo della prevenzione, da collegare a cura e riabilitazione, e dell'integrazione con l'assistenza sociale. Nacquero i CSZ (comitati sanitari di zona) diffusi sul territorio. Venti in città, corrispondenti al decentramento creato da Carlo Cuomo, ed altrettanti in provincia per attivare gli SMAL (servizi medicina ambiente di lavoro), i consultori familiari, i centri psico-sociali, i servizi per l'inserimento mirato dell'handicap. Significativo al riguardo l'impegno di due consigliere regionali comuniste, Laura Conti e Nora Fumagalli, non sempre concordi ma generose e combattive.

Le riunioni della commissione, plenarie o suddivise per gruppi di lavoro, discutevano e decidevano sia i programmi di iniziativa politica, sia documenti originali che, raccolti in fascicoli ciclostilati, costruivano gli elementi della imminente riforma sanitaria generale.

Non mancarono momenti di crisi e problemi di difficile soluzione. Per citarne due. L'incidente di Seveso, da cui sarebbe tuttavia nata una nuova cultura su più piani: la difesa dell'ambiente naturale, la sicurezza nei luoghi di lavoro, i diritti delle donne a partire dalla legge sull'aborto sino allora ammesso solo se “terapeutico”. Laura Conti ne fu l'indimenticabile protagonista.

L'altro grave problema era costituito dall'insediarsi del terrorismo nei grandi ospedali, a partire dal Policlinico che subì l'uccisione del direttore sanitario. Ebbene Zaffaroni collocò i medici più giovani e preparati nei punti nevralgici, attuando misure innovative nella politica del personale e nei servizi ai pazienti, tese a isolare i nuclei clandestini. In particolare spinse, anche in polemica col sindacato del pubblico impiego, per privilegiare nei rapporti contrattuali gli addetti all'assistenza: gli infermieri in primo luogo rispetto agli impiegati amministrativi.

Pertanto, malgrado le resistenze corporative e le fughe in avanti (i radicali per l'aborto senza regole, ed anche il Corriere che pubblicò in prima pagina il “nuovo filosofo” Guattarì per giudicare moderata e repressiva la legge Basaglia!) il PCI, pur restando all'opposizione, riuscì ad esercitare una vera e propria egemonia, trascinando il Parlamento all'approvazione della legge 833 il 23 dicembre 1978. Sul finire del decennio tuttavia, paradossalmente proprio dopo la conquistata istituzione di un Servizio sanitario universale ed avanzato, che ancora oggi fa scuola nel mondo, proprio da Milano si avvertirono i primi scricchiolii.

Intanto già dal '76-77 gli alleati socialisti costrinsero Terzi e Canzi (la segreteria era competente al riguardo) ad un'estenuante trattativa sulle nomine nei consigli di amministrazione ospedalieri, che vide l'affermarsi di una nutrita leva di faccendieri (tra gli altri emergeva il solerte Mario Chiesa), abili poi a mettere i bastoni tra le ruote ai presidenti comunisti neo-eletti: Tino Casali al Sacco, Franco Dallò al Fatebenefratelli, Alberto Mario Cavallotti e Bruno Rindone agli ICP, Ceda Cesani a Sesto, Gino Cavicchioli a Rho.

Dal '79 inoltre l'attuazione della riforma si scontrò con interessi non propriamente sanitari. Il sindaco Tognoli si oppose inspiegabilmente al trasferimento al Comune dell'ingente patrimonio immobiliare dell'Ospedale Maggiore. Chiamai allora Giovanni Berlinguer, autorevole responsabile nazionale, ad un incontro con i nostri segretari federale e regionale Vitali e Cervetti ma, davanti ad un risotto da Prospero, ricavai la netta impressione che rimanesse inascoltato e pertanto la riforma a Milano si sarebbe purtroppo arenata.

Al volgere degli anni '80 infine anche il volonteroso e generoso nucleo di medici della Commissione perse smalto e convinzione. Da un lato utilizzato come facilitatore delle procedure e degli interventi in favore dell'apparato e famiglie, dall'altro scavalcato per meriti extra-professionali dai raccomandati degli altri partiti (famosa l'esclamazione udita nell'anticamera di una sala di concorso degli Istituti Clinici: “qui occorre un oculista, non un socialista!”). Stessa delusione mi fu manifestata da Marina Rossanda, primario anestesista di Niguarda, eletta al Senato nel '79 su richiesta del centro, che aveva chiaramente intuito la deriva del decennio successivo ed il progressivo svuotamento di ogni prospettiva riformatrice. Purtroppo non solo in campo socio-assistenziale!

 

5) SCIENZA E COSCIENZA POLITICA

Un ricordo particolare riguarda la posizione di Laura Conti, autorevole membro della commissione, nel Comitato federale, il parlamentino interno ove la discussione si svolgeva liberamente per quanto, vigente il “centralismo democratico”, all'esterno comparissero poi le posizioni ufficiali. Ricordo in particolare un suo intervento, articolato ed argomentato, che tuttavia riassunse con uno slogan di rara efficacia: “occorre essere rivoluzionari in campo sociale e conservatori in quello naturale”.

Mi è stato fatto notare che questa frase non si ritrova nei suoi scritti. Penso che Laura, da prudente e vigilante ex partigiana, non abbia rischiato strumentalizzazioni esterne in un periodo di incombente terrorismo, pertanto la affidò alla discussione interna, con una forza e fermezza impressionanti.

Purtroppo, nel quarantennio successivo, la profezia si è avverata ma a rovescio! Da un lato reazione e restaurazione in campo sociale, dall'altro eversione e sconvolgimento in quello naturale. Fino al risultato attuale: disuguaglianze e discriminazioni umane che accompagnano calamità e alterazioni climatiche del pianeta.

Eppure quarant'anni fa si era ancora probabilmente in tempo. Invece le alternative proposte da Enrico Berlinguer per un diverso modello di sviluppo fondato su stili di vita sobri, consumi sociali, regolazione dell'economia, poteri pubblici puliti e trasparenti sono state ignorate ed archiviate in nome dell'individualismo consumista e del mercatismo globale.

Dunque Laura Conti donna di pensiero e d'iniziativa politico-istituzionale; ma c'è anche una Laura Conti donna d'azione, sul campo.

E il campo, di battaglia, è Seveso, fine luglio 1976 e per diversi mesi: che fare giorno dopo giorno? Con le reticenze dolose dell'Icmesa? Con i pressoché sconosciuti effetti della diossina, escluso qualche lontano precedente vietnamita? Quanto era penetrata nei i terreni contaminati? Quanto affidabili i carotaggi effettuati? Come monitorare la popolazione esposta? Come contrastare i negazionisti, a partire da un preclaro professore del Policlinico che sosteneva l'innocuità dalla diossina a fini anti-abortistici?

Qui Laura, superando le incertezze e lo spaesamento di molti, e sotto la usuale gentilezza, mostrò una grinta decisionale inaspettata, possibile solo da parte di chi ha una visione strategica, una intuizione politica nel senso alto del termine.

Pensare globalmente mentre si agiva localmente! Il gesto di condurre Barry Commoner da Harvard a Seveso, in un'intensa e toccante assemblea di popolo, servì ad attirare l'attenzione generale e ad incidere sul senso comune: lo svolgimento di un'egemonia in senso gramsciano.

L'idea che la produzione industriale fosse la variabile indipendente d'ora in poi avrebbe dovuto fare i conti con altri fattori: la salute dei lavoratori e dei cittadini e le ricadute sull'ambiente in termini di emissioni, scarichi, smaltimento rifiuti.

Dieci anni dopo, nel 1985, il PCI si appresta al periodico congresso, il primo senza Berlinguer ed in un contesto cambiato (intanto il sottoscritto per il breve periodo '85-86 è chiamato alla responsabilità della commissione “territorio e ambiente”). Laura Conti critica la scelta nucleare, e nella discussione aperta sulle tesi congressuali, prepara una mozione. Ci raduniamo alle Frattocchie e con Laura esprimiamo un convinto voto anti-nucleare (e tra gli spergiuri presenti devo purtroppo annoverare l'emergente Chicco Testa!).

Lo scontro avviene poi nel Comitato federale di Milano. Il segretario Luigi Corbani sostiene con forza l'opzione delle nuove centrali in costruzione, con l'argomento testuale che queste funzionano in tutto il mondo industrializzato compresa l'Unione Sovietica, dove sorgono anche vicino a grandi città.

Si arriva alla conta al congresso provinciale il 6 marzo 1986: la mozione di Laura Conti viene respinta per pochi voti. E' la prima volta che il dissenso verso Segretario e Segreteria raggiunge una tale ampiezza. Di lì a qualche settimana scoppia Chernobil. Purtroppo – ne sapeva qualcosa Cassandra - la saggezza del prima non regge a quella del poi!

Infine un ricordo di vent'anni precedente. Nel 1966 Arcore era un anonimo paesotto brianzolo, cattolico e democristiano. Esisteva tuttavia una solida sezione del PCI legata alla fabbrica Gilera, sotto la cui ala con pochi altri giovani costituii un Cento culturale, alternativo all'oratorio.

Tra le altre organizzammo un'assemblea pubblica sull'educazione sessuale, argomento tabù subito censurato da parroco e sindaco DC. Ebbene Laura Conti, con la sua voce suadente, quasi musicale, e con il garbo degli argomenti conquistò il pubblico mettendo a tacere male lingue e pregiudizi. Si affacciava il “comunismo dal volto umano”, un bambino che avrebbe meritato miglior sorte sin dalla culla!

 

6) LA GIUNTA ANOMALA

Esaurito il quinquennio nella commissione sanità, nel 1981 accettai la candidatura da “esterno” al consiglio comunale di Cologno Monzese: una sfida, stante le rinunce di altri compagni funzionari e non, a causa della situazione caotica interna al partito locale e alla non brillante prestazione della giunta di sinistra uscente.

(Tra parentesi con questa scelta mi guadagno le ferie estive, ospite con famiglia della DDR, ove abbiamo l'occasione di assistere il 15 agosto ai festeggiamenti per il ventennale della costruzione del muro di Berlino!)

La campagna elettorale tuttavia presentò caratteri singolari ed inaspettati nel campo del PSI, allorché i socialisti di Cologno sperimentarono il prototipo di quella che sarebbe stata definita la “mutazione genetica” del modello craxiano.

Ad esempio: contro la regola non scritta ma sempre adottata da tutti i partiti di anteporre nelle liste elettorali una “testa di lista” comprendente i principali eleggibili, il PSI ne confezionò una con la quaterna di testa composta da nomi che iniziavano per A ma non c'entravano niente. Poi l'ordine alfabetico, compreso il sindaco uscente, e la caccia alle preferenze scatenata anche mediante una spietata concorrenza “interna” tra i candidati!

Il risultato fu una clamorosa vittoria (oltre il 31%) e la costituzione di una miniera di preferenze a disposizione degli esponenti provinciali e nazionali per tutte le possibili elezioni sovra-comunali, nonché per i giochi congressuali.

Da qui una mutazione radicale del modo usuale di concepire e praticare l'attività politica, fondato su tre “linee di condotta”.

Primo: il clientelismo scientifico. Da pratica occasionale e particolare, la mediazione politica di tutti i normali diritti viene eretta a sistema, costruendo una rete di rapporti capillare e pervasiva. Dall'assegnazione della casa popolare fino al semplice rilascio del certificato di residenza, il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione viene intercettato da un attivista di tipo nuovo, motivato e preparato allo scambio favore contro voto.

Secondo: l'intervento massiccio del denaro nella pratica politica. Da strumento di esercizio democratico (manifesti, affitto sedi, ecc.) il finanziamento della politica diventa organico e investe quasi tutte le attività economiche, a cominciare da edilizia e lavori pubblici. Denaro e potere si accoppiano in maniera indissolubile. Ma questa certamente è storia più vasta, esplosa con evidenza nel decennio successivo!

Terzo: l'anticomunismo viscerale. Si ricorda che Enrico Berlinguer venne fischiato al congresso socialista di Verona nel 1984 col malcelato sogghigno di Bettino Craxi. Ebbene gli zelanti fischiatori non erano socialisti qualsiasi ma per lo più truppe cammellate colognesi!

(Ottenni tuttavia, a titolo di risarcimento, di partecipare al memorabile funerale in piazza San Giovanni con fascia tricolore, gonfalone e drappello dei vigili in missione).

La strategia adottata era quella universalmente imposta dal PSI, nota come “opzione tra i due forni”. Ovviamente anche a Cologno. Dal 1981 all'85 maggioranza PSI-PCI con sindaco Francesco Giallombardo (da Borgetto, Sicilia occidentale), personaggio controverso ma non privo di tratti di saggezza levantina, e vice il sottoscritto. La giunta non ha tuttavia vita facile causa la conflittualità interna allo stesso gruppo del PSI.

Una delle ragioni, effetto delle pratiche prima descritte, fu infatti la “balcanizzazione” del partito, scomposto in clan familiari, compaesani e regionali. In particolare l'insorgenza della componente pugliese (22.000 originari contro 20.000 siciliani su 53.000 abitanti) portò, con le elezioni del 1985, a mutare gli equilibri.

Intanto cambio di forno (il CAF aveva imposto il pentapartito ovunque) con maggioranza PSI-DC e sindaco Raffaele Cantalupo ovviamente socialista, ma originario dell'intermedio Cilento. Dura un anno più sei mesi di crisi.

Nuovo cambio di forno nel successivo 1986: stesso sindaco ed il sottoscritto come vice. Dura un altro anno più sei mesi di crisi. Si arriva alla fine del 1987, con l'ingovernabilità del Comune conclamata. Che si fa?

La DC viveva una condizione minoritaria, sostanzialmente legata alle parrocchie. Il vecchio ma lucido parroco, don Carlo Testa, aveva intuito la situazione per altro sotto l'ala del Cardinale Martini, che nel frattempo aveva istituito la “cattedra dei non credenti” e promosso le iniziative “farsi prossimo” sul territorio della Diocesi. Partecipai a quella colognese, citando Marx e San Paolo, tanto per rompere il ghiaccio.

La decisione finale spettava tuttavia al PCI. Nella base, così come in parte della società civile più sana e consapevole, l'alternativa era matura ma sorse un ostacolo non indifferente. Ottenere il consenso della “Federazione” come si diceva allora! In particolare dal Segretario della Federazione Luigi Corbani, che – ironia della sorte – era contemporaneamente diventato vice-sindaco di Pillitteri, grazie al ribaltone milanese. Evidentemente i due forni erano attivi anche lì!

Corbani non si limitò a prendere posizione pubblica contraria, e fin qui si potrebbe capire, ma convocò la segreteria cittadina di Cologno in via Volturno riservandoci un'aspra e minacciosa predica avverso il possibile “tradimento” dell'alleato socialista!

Tuttavia esisteva ancora il PCI ed il “centralismo democratico” che qualche volta funzionava nel senso del democratico! Convocammo l'assemblea degli iscritti. Per la “federazione” partecipò Marco Fumagalli, da poco entrato in segreteria provinciale in minoranza rispetto alla maggioranza migliorista. Il Segretario politico infatti aveva battuto i pugni sulla scrivania nel suo ufficio ma ora non azzardava mostrare pubblicamente la faccia alla stessa propria base!

Svolsi io la relazione, ribaltando la “teoria dei due forni” citando l'apologo dell'asino di Buridano che per l'ingordigia di accaparrarsi entrambi i mucchi di fieno patì la fame. Fumagalli abbozzò nelle conclusioni. L'assemblea approvò la proposta di una maggioranza PCI-DC-laici, con sindaco comunista per la prima volta dal 1945, quasi all'unanimità (tranne due astenuti tra cui il mio amico e compagno colognese Guido Galardi).

Qui si apre il capitolo della “giunta anomala”, che non fu ne la prima ne l'unica tra quelle nate controcorrente negli anni '80, ma probabilmente la più anomala di tutte. Infatti il partito socialista che lì passò all'opposizione aveva superato, nelle elezioni amministrative dell'85, il 34% dei voti, contando 14 consiglieri su 40 in Consiglio comunale.

Eletto sindaco il sottoscritto il 21 gennaio 1988 con l'inedita maggioranza consiliare, scattò l'anatema furibondo di Bettino Craxi in persona (cui si deve l'autorevole conio dell'aggettivo “anomala”) ed una feroce opposizione politica, pseudo-sindacale e mediatica (in particolare del quotidiano “Il giorno”). Ma contro tutte le avverse previsioni la stessa maggioranza sarebbe incredibilmente durata sette anni e mezzo (ed anche oltre, ma poi con l'elezione diretta sarebbe stata un'altra storia).

Con due effetti paradossali. Primo: tutta la classe politica colognese non fu toccata da “mani pulite”. Secondo: da Cologno avrei visto cadere quasi tutti i colleghi delle giunte normali (quella di Milano due volte, prima Pillitteri, poi Borghini), alcuni con i carabinieri altri per diverse ragioni (quello di Cinisello purtroppo morto, quello di Rozzano scappato).

Tralascio le questioni amministrative: opere pubbliche concluse, bilancio risanato, piano regolatore approvato, apparato ripulito (condannato in Cassazione a sei anni per concussione solo l'ingegnere capo da me denunciato alla procura di Monza nel '90, ben prima della vicenda del “mariolo” del Trivulzio!).

Due lati tuttavia degni di nota: il piano regolatore adottato senza significativi incrementi di volumetria, in base al principio-guida “la quantità al servizio della qualità”; e nessuna famiglia mai messa in strada nella “città più sfrattata d'Italia” come definita dal Corriere, con tutti gli espedienti possibili compresa la requisizione temporanea di un alloggio sfitto ai sensi di un Regio decreto del 1866 abilmente ripescato dal compagno avvocato Giampaolo Pucci!

Rilevante anche l'animata trattativa per l'autorizzazione dell'antenna Mediaset. che ha consentito di salvare, con 2,2 miliardi di lire di oneri “facoltativi”, il bilancio tagliato a bruciapelo dal decreto Amato nel '92! Firmai l'accordo con il delegato della Fininvest Galliani, stupito che la considerevole “tangente” finisse interamente nelle casse del Comune.

Dunque finale a testa alta, malgrado nel '93/95 fossimo giunti all'agonia del sistema proporzionale con la dissoluzione dei partiti e la polverizzazione dei gruppi in consiglio comunale, l'opposizione tardiva e pretestuosa della neonata Rifondazione, la fronda di una fazione opportunista e nepotista nel trasmutato PDS.

(Alle elezioni politiche del '96 per la Camera viene candidata una sconosciuta ex giornalista catapultata dall'alto, tra lo sconcerto locale manifestatomi persino dal nuovo Parroco! Il seggio del collegio sarebbe stato perso per pochissimo. Nel '98 il primo governo Prodi sarebbe caduto per un solo voto).

La beffa purtroppo arriva un quarto di secolo più tardi! Il citato Raffaele Cantalupo, messo allora per tempo all'opposizione e salvato dalle grinfie di Mani pulite, viene recuperato come vice-sindaco di una giunta a guida PD, ed ovviamente arrestato il 18 febbraio 2014 in flagrante con la tangente in mano!

Nel 2015 a Cologno viene pertanto eletto un sindaco della Lega, che nel 2020 viene rieletto addirittura al primo turno! Così per la serie “le dure repliche della storia”!

 

7) EPILOGO

Concludo con un epilogo personale: il sottoscritto nel 1995, pur eletto in consiglio provinciale, fu da un lato privato di prospettive politiche: cosa incomprensibile per i colognesi increduli, ma la spiegazione sarebbe arrivata da lì a poco con l'irresistibile ascesa del collega al di là del Lambro, Filippo Penati.

Dall'altro lato rinunciai spontaneamente a proseguire la politica attiva, non avendo condiviso le tesi del congresso “bulgaro” del 1996, tra “questione morale” ridotta a tre righe e teoria delle “due sinistre” di D'Alema e Bertinotti, sino alla riduzione dello storico simbolo alla miniatura schiacciata sotto una quercia cresciuta in realtà meno di una pianta di piselli.

Come “cane sciolto” mi sarei battuto nel ventennio successivo per studiare l'irrisolta questione metropolitana, dapprima con Anna Celadin, poi con Beppe Boatti, Ugo Targetti e Giuseppe Natale, infine mediante più di un centinaio di articoli pubblicati da Luca Beltrami Gadola su ArcipelagoMilano sin dalla fondazione. Vana e solitaria opposizione ad una pessima politica amministrativa che, al contrario, ha portato allo smantellamento della Provincia dapprima con la miope scissione monzasco-brianzola, poi con la beffa di una “città metropolitana” fasulla ex legge Delrio!

Dunque nessun rimpianto, sebbene resti l'amarezza per il degrado politico e istituzionale tuttora preponderante, risultato anche dell'improvvido oblio dell'esperienza storica del Partito Comunista Italiano.

Italiano.

 

(Valentino Ballabio, 2022)