Il destino in bilico
della sinistra senza nome

di EZIO MAURO

POCHI giorni fa, su questo giornale, Edmondo Berselli ha ricordato la prima riunione che dieci anni fa concepì attorno a Romano Prodi l' idea originaria dell' Ulivo. Sullo sfondo, un paesaggio d' Italia berlusconiana, con le culture della prima repubblica spodestate, vinte, esaurite, esauste, e il nuovo che sembrava maturare soltanto a destra.

In quell' Italia di minoranza, a Bologna, le due culture post–comunista e cattolico–democratica si cercarono l' una con l' altra, si annusarono nella loro antica diversità, e si riconobbero come una possibile piattaforma costituzionale, repubblicana, riformista. Anche chi non è mai stato un ulivista fanatico, deve ammettere che dieci anni fa quello spirito c' era, ed è stato utile a tutta l' Italia, mentre oggi non ce n' è più traccia in un centrosinistra senza nome, senza cultura, senza identità.

Le cose, soprattutto quelle sgradevoli, non accadono mai per caso. In dieci anni, quelle due culture originarie (utilissime come basi costituenti di qualcosa di nuovo) sono rimaste a mezz' asta, incapaci di dare una moderna identità europea, finalmente risolta, riconoscibile e riconosciuta, al centrosinistra italiano. Marc Lazar, un anno fa, aveva avvertito la sinistra: sei impronunciabile, ineffabile, irriconoscibile perché non sai cosa sei, alla tua cosa indistinta e indefinita non corrisponde un nome.

Il nome "democristiano" o popolare, carico di esperienza istituzionale e di pratica di governo, è paralizzato dalla scissione che ha sparpagliato lo scudo crociato a destra e a sinistra, lasciando tutti senza eredità, i lasciti sbagliati e quelli fecondi. Quanto alla sinistra, è ancora peggio, perché è condannata all' indicibile: dei due nomi centenari con cui si è definita attraverso il secolo delle sue conquiste e delle sue tragedie, uno – comunista – è durato troppo, perché è finito solo un minuto dopo la caduta del muro di Berlino, e fatalmente quelle macerie gli sono rimaste addosso; l' altro – socialista – è durato troppo poco, suicidandosi nella corruzione di Tangentopoli.

In un mondo (quello di centrosinistra) dove tutto è post, si vive in un tempo spostato, senza un rendiconto serio sul passato che chiami errori e orrori col loro nome, e solo così riesca a separare le eredità positive, salvandole.

Chi è post, non sa chi è: ha un passato da cui è uscito, un presente incerto, un futuro che forse porterà finalmente l' approdo di un' identità concreta. Ma intanto? Dal ' 94 chiediamo al centrosinistra di dotarsi di una chiara identità riformista, intendendo con questa formula il denominatore comune delle esperienze europee ed occidentali del laburismo inglese, della socialdemocrazia tedesca, del socialismo mediterraneo: culture di progresso e di governo, di radicalità e di responsabilità, con ambizioni maggioritarie, capaci di rappresentare la sinistra e di parlare all' intero Paese.

Nel frattempo, il centrosinistra ha vinto le elezioni nel ' 96, ha governato, ha prodotto una classe dirigente all' altezza della sfida, si è diviso, ha perso, si è logorato nelle polemiche, ma è ancora in partita e può addirittura tornare a vincere. Ma non ha prodotto quella fusione di post–culture in un' identità nuova e risolta, tiene insieme il suo popolo e i suoi apparati in un' alleanza numerica e necessitata, non ha messo in campo una cultura politica capace di reinventare la sinistra, aggiornando la sua tradizione alle sfide che deve affrontare. Resta un fatto, innegabile: il vecchio centrosinistra storico di Moro e di Nenni aveva una nozione di sé infinitamente più forte e più alta del centrosinistra contemporaneo, come lo chiama il Mulino, in mancanza di un nome, di un simbolo, di una cosa.

Tutto questo determina una sensazione doppia di vita artificiale. Da un lato, l' idea che sia solo Berlusconi a tenere insieme identità tra loro difficilmente omologabili, o comunque incapaci di creare un' identità nuova. Dall' altro, l' immagine di un apparato staccato da un' identità incarnata nel Paese, che vive solo negli spezzoni dei telegiornali, attorno a tavoli con bottiglie d' acqua minerale, sotto le immancabili luci al neon. Una sinistra al neon, convinta che basti riunirsi una volta alla settimana per esistere, che sia sufficiente apparire nei tigì per parlare al Paese, che basti contrapporsi a Berlusconi (negli intervalli di quelle riunioni di autoanalisi) per coltivare la nozione di riformismo tra i cittadini.

Quando non è l' identità che dà risposte ai problemi, ogni problema ha tante soluzioni quante sono le culture di origine che si radunano attorno a quel tavolo, come le tribù. I partiti sono culture politiche, o almeno le elaborano tra tradizione e modernità, valori e interessi legittimi: le tribù no. Il risultato è ancora una volta una vita spostata, nella continua attesa di un momento "x", che verrà un giorno a liberare la sinistra dal suo incantesimo, portandola a vincere. Come se la partita non si giocasse oggi, tutta oggi, in termini di credibilità e di costruzione di sé.

La campagna elettorale non crea identità da sola, nemmeno la vittoria, e neppure il governo. Figuriamoci l' antiberlusconismo. Una coalizione di "anti" può anche vincere e in ogni caso interrompere l' esperienza di questa destra sarebbe un risultato positivo per il Paese. Ma quella stessa coalizione il giorno dopo, finita la festa, avrebbe comunque la responsabilità di dire al Paese che cos' è, qual è la sua cultura, come intende govervare e qual è la sua idea dell' Italia. Tutte cose che oggi mancano.

Questa mancanza sembra un' occasione perduta. In realtà è una colpa, collettiva. Perché davanti al centrosinistra, c' è la crisi ogni giorno più evidente di questo governo e di questa ipotesi storica di reinvenzione della destra italiana: un fallimento nel declino economico del Paese, nello smarrimento di ogni missione per l' Italia, nel ruolo europeo della tradizione scambiato a Washington in velleità di partnership impossibili, nelle forzature costituzionali continue, nelle leggi ad personam per sfuggire alla giustizia, nella superstizione fiscale che non è una politica, ma un' ideologia.

Il centrosinistra non è certo cieco davanti a questa crisi. La vede, e la denuncia in tutta la sua gravità e nella pericolosità per il Paese. Ma poi, risponde con una litigiosità da rotary di provincia, come se tutto fosse normale, e dunque tutto fosse concesso. In questo modo, la premessa perde credibilità: perché se l' anomalia berlusconiana è così forte e così pericolosa, bisogna essere conseguenti, e non comportarsi come se nulla fosse, affondando nei problemi interni, nonostante l' emergenza. Oppure, l' emergenza è vera: è la classe dirigente del centrosinistra che non è all' altezza della sfida che deve affrontare.

Per quasi tre anni, questa situazione innaturale ha avuto una contraddizione in più: il leader c' era e non c' era, doveva tacere, viveva altrove, i compiti europei gli impedivano di dare identità con la sua guida al centrosinistra italiano, che per questo ballava a vuoto. Oggi il leader c' è, e il centrosinistra continua a ballare. L' innaturalità del caso italiano si completa con la guerra interna alla Margherita, che oppone il suo ispiratore, Prodi, al suo presidente, Rutelli.

(...)
La realtà è che quei litigi interessano ormai poco gli elettori di centrosinistra, e lo conferma la semplificazione degli applausi di chi a ogni riunione invoca unità. Questi elettori sentono smarrire il sentimento di rappresentanza. E gli elettori delusi di Berlusconi, non trovano una ragione per spostarsi a sinistra, dopo aver abbandonato il Cavaliere.

C' è però qualcosa di peggio. Per questa strada, il centrosinistra rinuncia alla vera battaglia decisiva di questa fase, la battaglia delle idee, la competizione delle culture che danno anima alla politica. Anzi: il centrosinistra – ed è per me la colpa più grave – cammina dentro il senso comune altrui, si muove tra i fondali culturali costruiti tutti dall' universo berlusconiano allargato, sta dentro la sua egemonia di valori/disvalori.

Questa dovrebbe invece essere la vera sfida, e decisiva. Per i partiti, fornitori di cultura e di valori, se vogliono legittimarsi. Per Prodi, se vuole davvero dare una prova di leadership, che nessuno gli può regalare: da dove vuole cominciare ad essere il federatore, dagli apparati o dalle culture? Cos' è più importante oggi? Che cosa definisce la fase, che cosa dà risposte alle domande della gente se non una moderna cultura che rinnovi finalmente la tradizione della sinistra italiana, aggiornando i suoi valori e risolvendo infine la sua identità?

Norberto Bobbio, l' ultima volta che ha parlato per qualche minuto della sinistra, lo aveva capito perfettamente: "Discutono del loro destino – diceva – senza capire che dipende dalla loro natura. Risolvano il problema della loro natura, e avranno risolto il loro destino".


(23 dicembre 2004)