LA SCONNESSA VICENDA DELLA SCALA
COME "ALLEGORIA DEL MALGOVERNO" DI MILANO



La frettolosa celebrazione della ritrovata efficienza meneghina nel portare a termine con cronometrica precisione la doppia operazione Arcimboldi–Scala si è rovesciata all' improvviso nel disdoro di poco comprensibili beghe gestionali e molto evidenti difficoltà di bilancio. Con il classico colpo di teatro la verdiana marcia trionfale si è dispersa in una felliniana prova d' orchestra! Ma nulla avviene a caso. Come da copione l' ideologia delle "grandi opere", non supportate da una lungimirante previsione e programmazione dell' impatto economico, ambientale e relazionale nel contesto più complessivo genera mostri, ovvero – come accade all' apprendista stregone – fantasmi ingovernabili.

In realtà la presente difficoltà a guidare la Scala, con il rischio di comprometterne l' elevato prestigio artistico e culturale, nasce da scelte politiche miopi e ristrette, frutto a loro volta di un dibattito asfittico e meschino, troppo di rado interrotto da qualche isolata voce "fuori dal coro". Una di queste è stata espressa da Stefano Boeri (intervista a La Repubblica, poco prima dell' inaugurazione in pompa magna del 7 dicembre) il quale, oltre a formulare critiche sulla controversa qualità architettonica del progetto (le nuove forme geometriche sovrastanti risulterebbero "goffamente avvinghiate" all' edificio settecentesco) e sulla procedura seguita ("nessun concorso pubblico") esprime una critica di fondo, strutturale, che sottende una diversa visione politica e strategica della città. Si sarebbe infatti potuta pensare un' alternativa alla pesante ristrutturazione che ha "distrutto la piccola Scala, l' ottocentesca macchina scenica ed il palcoscenico di Lorenzo Secchi, senza sapere quale sarà veramente la missione della Scala del futuro": alternativa da sottoporre a valutazione e confronto qualora si fosse aperto un dibattito vero che invece è completamente mancato. Una ristrutturazione più leggera dell' edificio del Piermarini, rispettosa della "memoria storica", avrebbe si consentito una "programmazione meno intensa" e tuttavia "sarebbe stato meglio mantenere la programmazione tradizionale al Piermarini e far diventare il teatro degli Arcimboldi un luogo di sperimentazione". Dunque la grande scuola della Scala appoggiata su due strutture, una centrale ed una periferica, una originaria ed una metropolitana.

Questo ragionamento tuttavia implica una diversa idea di città, non più organizzata in modo centralista e verticista bensì disposta a qualificare le periferie e la provincia circostante, a strutturarsi secondo un nuovo paradigma policentrico e democratico. Non più esportazione soltanto di carceri e inceneritori bensì anche di strutture scientifiche, culturali e dell' innovazione. Il nuovo polo universitario della Bicocca, con il nuovo grande teatro – che ha retto ottimamente la prova di sostituire la Scala in ristrutturazione – avevano promesso un prezioso riferimento per il vasto territorio metropolitano: un centro dell' arte, della cultura e della ricerca proteso in funzione di cerniera verso il Nord della regione, ovvero verso la "città infinita" non circoscritta, come a Sud, da una sia pur relativa cintura agricola. Una speranza di decentramento e apertura verso l' hinterland e la Brianza, purtroppo presto negata e per altro reciprocamente rifiutata mediante auto–proclamazione di autonoma provincia!

Il pregevole, notevole e moderno teatro degli Arcimboldi (dieci minuti esatti di treno dal centro di Monza, sebbene "oltre–confine"!) rischia infatti di deperire nell' abbandono e nella dequalificazione. Che ne facciamo? Un' improbabile "fondazione" tra Regione, Provincia (di Milano), privati, ecc. ovvero la trasposizione della governance con corollario di palleggi, rinvii, sovrapposizioni, scambi di pacchetti azionari tra istituzioni ridotte da Enti di governo a litigiosi condomini? O semplicemente la svendita per utilizzi sub–culturali o comunque di serie inferiore per coatti di periferia? Sull' altro fronte la vertiginosa nuova Scala, teatro di congiure di palazzo e voragine economica, capace di attirare e divorare i tributi provenienti dai confini dell' impero per la magnificenza dell' immagine del dirimpettaio di Palazzo Marino! La metafora della Scala rappresenta quindi purtroppo la ignavia di una classe politica incapace di rinnovare la struttura istituzionale e di pensare la città, se non "in grande", in una dimensione meno angusta delle anacronistiche cerchie e "cinte daziarie".

E l' opposizione? Non sarebbe stato suo compito elaborare, discutere e proporre diverse prospettive? Invece il centro sinistra " non ha avuto una posizione molto lineare" ( ancora Boeri ) ed ha tenuto bordone al miracolo albertiniano almeno sino allo scoppio del bubbone. Sulla Repubblica del giorno dopo infatti il capogruppo ds Fiano, premesso che "bisogna essere capaci di riconoscere agli avversari il merito, se lavorano bene e nell' interesse della gente ", si schermisce e replica: "abbiamo protestato per riuscire a controllare l' andamento dei lavori. Abbiamo persino scritto al Prefetto perché non ci facevano entrare a vedere il cantiere" . Quindi il problema non sarebbe di mettere in moto le teste per pensare una strategia alternativa ma ottenere una ripresa foto–televisiva con le stesse paludate di rilucente casco giallo! Sul destino dell' Arcimboldi nemmeno una parola e tuttavia bene informato a livello di gossip : subodora " dissidi " tra i primi attori che in effetti sarebbero clamorosamente esplosi.

Mi è parso istruttivo riprendere ex–post questa breve querelle affiorata pochi mesi fa e tuttavia prontamente troncata e sopita, annegata di seguito in fiumi di polemiche sul melodramma scaligero tuttora in corso, costellato di dimissioni, tradimenti, accoltellamenti con finte lame di scena, travestimenti con veri costumi e maschere, gorgheggi ed acuti. La metafora purtroppo continua....

Valentino Ballabio

Pubblicato da <ilponte.it> – libri ed altro – n. 112, maggio 2005