PREMESSA PER UNA DISCUSSIONE PROGRAMMATICA NELLA PROSPETTIVA DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2002 DI ARCORE



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Arcore ha assunto nell' immaginario collettivo una pregnante valenza simbolica: da quasi otto anni è divenuta icona, universalmente nota, dell' antipolitica aziendale e mediatica, che proprio qui prese le mosse per scendere in campo. Tuttavia l' innovazione si è ben presto rovesciata in involuzione. Oggi molti possono misurare i limiti e le ipoteche che, nell' orizzonte europeo, tale itinerario ha riservato al Paese ed i rischi insorti per la stessa tenuta democratica e istituzionale.
Nello stesso arco di tempo il centro–sinistra ha consumato la sua parabola: dal fervore limpido e creativo del primo Ulivo all' esaurimento della spinta propulsiva; dal coraggio e fermezza nell' affrontare la sfida della moneta unica all' imbarazzo e alle incertezze che hanno alla fine offuscato una pur decorosa esperienza di governo. Tanto che oggi, dall' interno stesso di quest' area politica, autorevoli esponenti lanciano un monito ultimativo: cambiare o perire!

Ebbene è possibile, proprio da Arcore, tentare la sortita? Pensare una riscossa del centro–sinistra provando a partire da un punto della periferia, che tuttavia – sul piano simbolico – riveste una centralità ed un significato emblematico? E' possibile legare una positiva esperienza di governo locale, svoltasi col concorso di tutte le forze del centro–sinistra, con l' esigenza di innovare e riqualificare la politica, nell' accezione più alta della parola? In fondo anche il primo Ulivo aveva attinto energia e fiducia proprio dalle esperienze di alcuni Comuni che, alla fine degli anni ottanta, avevano seguito percorsi anomali e originali rispetto alla omologazione e conformità imposte dalla plumbea e cadente "prima repubblica". Provengono da lì i primi esperimenti di contatto diretto fra Istituzioni e società civile, non obbligatoriamente mediato dai Partiti; le prime prove di riconciliazione fra azione di governo e valori semplici e riconoscibili dal senso comune, non contaminati dal gergo "politichese", e così via.

Si può riprovare collegando ad un programma amministrativo, che elenchi le cose da fare, un metodo, un modo di essere che impegni gli eletti, ed insieme un obbiettivo: la qualità della politica come condizione della quantità delle realizzazioni, degli interventi, delle attività, delle salvaguardie che ricadono sulla comunità locale ed il suo territorio?

Se la risposta è affermativa occorre allora il coraggio di distanziarsi dall' atteggiamento corrente, oggi purtroppo comune alla politica ed alla pubblica amministrazione, disposte ad occuparsi soltanto del "qui ed ora". Pensare globalmente ed agire localmente: questa massima, lucido lascito della miglior cultura dello scorso secolo, conserva intatta la sua efficacia e validità e rappresenta la prima sfida per un amministratore locale. Infatti la tentazione di pensare, e non solo agire, localmente è sempre in agguato, anche in Comuni di ben maggiore dimensione che non Arcore, tanto più in una situazione come quella odierna in cui sembrano smarrite le coordinate generali.
L' ideologia risulta messa al bando, ed altrettanto ogni forma di pensiero "forte", che abbia carattere sistematico e coerente. Il rischio è pertanto aggravato: pensare localmente e debolmente.

In questo contesto capita che anche i migliori Sindaci rimangano in balia di problemi più grandi di loro, che sfuggono per dimensione e portata ai loro poteri ed alla loro autonomia. Essi cercano di fronteggiare, ad esempio, l' aumento esponenziale del traffico, ma nulla (o poco) possono per intervenire sulle sue cause: vediamone alcune.
Diffusione della residenza a macchia d' olio: Certamente non mancano gli strumenti urbanistici per contenerla: ma è uno sforzo vano se non lo fanno anche i Comuni più o meno vicini. Ed i Comuni vicini, in assenza di vincoli e standards sovracomunali non lo fanno, per cui tanto vale continuare l' espansione, a prescindere dalla viabilità e dall' accessibilità ai mezzi pubblici.

Insediamenti di centri commerciali, multi sale ed altre grandi strutture terziarie. Il dominio del mercato, finalmente liberato da vincoli e regole, comporta grandi concentrazioni. Il "fordismo", abbandonato dalle industrie di produzione, è stato abbracciato in grande stile dalle holdings del consumo. Ma ogni scontrino battuto da ogni cassiera implica il viaggio di un' automobile (andata e ritorno) dalla villetta "immersa nel verde".
Il trasporto delle merci. Ogni carrello della spesa acquistato con lo scontrino di cui sopra implica una miriade di spostamenti di camion, camioncini e furgoni che devono garantire l' assortimento per la completa soddisfazione del cliente. A questo punto l' incremento del traffico risulta irreversibile, ed il Sindaco viene chiamato ad intervenire: magari per progettare "tangenzialine" che hanno l' effetto di dirottarlo verso il Comune vicino.
Come i capponi di Renzo dunque i Comuni riescono, nella sventura, a danneggiarsi a vicenda e l' autonomia, svincolata da idee generali e non sussidiata da forme di governo più ampie, si ritorce contro. L' autonomia locale, che è un bene prezioso se usata con saggezza e lungimiranza, diviene un impaccio se abusata nell' illusione di essere i "padroni in casa propria", svincolati dal contesto globale. Al contrario i problemi oggi emergenti possono essere affrontati solo mediante una "cessione di sovranità", o sussidiarietà, che semplifichi il rapporto fra le istituzioni, attribuendo a ciascun livello ambiti precisi di responsabilità, a cominciare da governo del territorio.

Certamente si pone un problema: se cedo quote di sovranità, chi le riceve? Siamo sicuri che meriti di riceverle? Non le merita infatti la Regione, data la sua dimensione, paragonabile a uno Stato, ed alla sua vocazione neo–centralistica, che oggi si configura nell' espressione dei Governatori. Non le merita la Provincia di Milano, scatola vuota schiacciata dal prepotere del Comune di Milano, ma neppure la futura Provincia di Monza, che non potrà comunque sottrarsi all' influenza della realtà metropolitana nella quale siamo, volenti o nolenti, del tutto integrati sotto il profilo economico e sociale (basti pensate al mercato immobiliare, o al mercato del lavoro).

Finalmente sarebbe il caso di ripensare "in grande" un nuovo livello di governo metropolitano, che sostituisca, abolendole, le deboli e inadeguate strutture esistenti, restituendo voce e capacità di influire ai cittadini dei Comuni periferici. Al tempo stesso sarebbe più chiaro "chi deve fare che cosa" e la relativa responsabilità, per fuoriuscire finalmente dalla palude dei tavoli concertativi, dei veti incrociati, degli scaricabarile, ecc.

Questo non è ancora avvenuto – malgrado sia ben codificato nelle leggi vigenti e di recente confermato con referendum popolare nella stessa Costituzione! – a causa delle doppiezza e ed esile spessore culturale e morale della politica quale oggi viene predicata e praticata. Non si tratta di fare di tutta l' erba un fascio. Ma se la politica divorzia dalla cultura (o meglio dalle culture) e si adegua al pensiero locale e debole, e dunque anche al pensiero unico, non ci sarà purtroppo da ben sperare per lo stesso futuro della democrazia reale.

H. Matisse "Girotondo" (1910) Pietroburgo, Hermitage

Dunque la "politica estera" riveste oggi una portata prioritaria nell' agenda di un possibile programma amministrativo, tenuto conto che, sul versante della politica "interna", si tratta di assimilare lo spirito e applicare fino in fondo le "Leggi Bassanini", richiedendo all' apparato tecnico di svolgere pienamente il proprio ruolo, e riservando alla parte politica, con un riguardo particolare agli eletti e dunque al Consiglio Comunale, le prerogative dell' indirizzo e controllo.

Analoga valenza prioritaria riguarda la politica del territorio, rispetto alla quale si ritiene doveroso fare scattare una unilaterale "norma di salvaguardia". Analogamente all' elaborazione di un PRG comunale, che blocca lo stato di fatto sino all' adozione e approvazione di nuove norme, standard e vincoli, occorre che oggi i Comuni – sino a che venga definito un inquadramento sovracomunale che preveda una razionale distribuzione di massima dei carichi e la relativa infrastrutturazione – arrestino autonomamente ogni nuova espansione su aree verdi, limitando gli interventi edilizi ed urbanistici esclusivamente al recupero, riuso, ristrutturazione e stretto completamento dell' esistente.

Un' Amministrazione comunale progressiva e moderna deve intervenire sia sulle strutture materiali e territoriali, che – non meno importante – sulla percezione di sé e sulla cultura collettiva che la comunità locale esprime. Occorre, prima di agire con divieti e sanzioni, sviluppare il senso civico e di appartenenza per il quale il cittadino possa vivere il proprio territorio e il proprio prossimo positivamente, non come altro ed estraneo da sé. Sotto questo profilo hanno valore anche taluni gesti simbolici ed esemplari che l' Amministrazione comunale può compiere e comunicare.

L' obbiettivo è di superare la frattura che scinde radicalmente, e talvolta contrappone, ciò che viene vissuto come proprio (il proprio appartamento, la propria famiglia) da ciò che viene vissuto come anonimo e alieno. Ciò comporta, nei casi più estremi ma non isolati, ad esempio l' accanimento maniacale nelle pulizie domestiche e la contemporanea completa indifferenza per le degradanti sozzure giacenti ai bordi della strada, nel giardino pubblico, nelle sale di attesa delle stazioni o degli ambienti pubblici. Qualcosa di simile accade anche nel rapporto fra "città" intesa come recinto urbanizzato, e "campagna" ovvero i terreni agricoli circostanti, ove da tempo sono cessate le cure, e talvolta le stesse coltivazioni, da parte dei contadini delle generazioni precedenti. La campagna ed il bosco vengono considerati come la terra di nessuno, relegati al degrado e abbandono, dove espellere i rifiuti: sottoprodotto del modo di vivere obbligato dal modello consumistico e feticistico dominante. Il paesaggio – fattore determinante dell' identità locale – viene ridotto a materiale di risulta, residuale fra le anonime forme cubiche dell' edificato, specie industriale.

Un Amministrazione comunale dotata di capacità progettuale e non succube al conformismo corrente ed alle pigrizie corporative, deve indurre ed "educare" a comportamenti consoni e sinergici alla salute ed al benessere dei cittadini. Il centro storico (nel loro piccolo anche delle frazioni, in particolare a Bernate) è il cuore che va preservato da rischi e fattori di collasso: se storicamente è stato costruito per i pedoni e le carrette deve tornare ai pedoni ed ai ciclisti.

La viabilità ciclabile deve essere pensata come sistema, non come residuo della circolazione automobilistica, per altro – vista la tipologia delle autovetture in commercio – sempre più invadente e incompatibile. Le vie storiche e le piazze, devono essere pedonalizzate e collegate ai parcheggi periferici. La mentalità di vivere, consumare, passare il tempo libero, spendere il proprio denaro "a piedi" ne consegue quasi automaticamente, come hanno dimostrato le esperienze già realizzate in grandi e piccole città. Percorsi protetti e frequentati potrebbero scoraggiare la cattiva abitudine di raggiungere strutture di prossimità (la scuola, il negozio, l' edicola, lo sportello pubblico) in automobile, magari con sosta e annessa chiacchierata e/o telefoninata a motore acceso.

Quanto sin qui detto costituisce naturalmente materia di proposta aperta, suscettibile di critica e correzione, anche radicale, tuttavia sulla base di argomenti e dimostrazioni. E' esclusa soltanto l' elusione acritica, talvolta scambiata per "abilità politica", delle problematiche in campo. E' compresa invece la volontà di fuoriuscire da una situazione di disagio e pericolo, rappresentata dal centro–destra incombente, valorizzando le esperienze compiute sul campo dall' Amministrazione di Centro Sinistra in carica insieme a decisi elementi di innovazione creativa e disponibilità al cambiamento.

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Arcore, Dicembre 2001