n. 68, Marzo 2004

Per vincere e convincere alla provincia di Milano

UN PROGRAMMA METROPOLITANO
PER CERCARE DI NON RIPETERE STESSI ERRORI E SCONFITTE

La città infinita
La Triennale di Milano propone una singolare mostra, intitolata "la città infinita", centrata su di una grande tavola, che copre tutto l'impiantito ed una parete laterale, la quale riporta il cosiddetto "aereofotogrammetrico" del nord Milano, dalla Martesana sino alle Prealpi, dal Ticino alle valli bresciane. Il visitatore può quindi passeggiare nella parte superiore del territorio metropolitano, riprodotto in scala apprezzabile e soprattutto fedele. La mega–fotografia del territorio consente pertanto di valutare nel suo insieme l'espansione caotica ed "a macchia d'olio", accelerata dalla "deregulation" degli anni Ottanta e Novanta, esplosa al di fuori di ogni pianificazione e razionale destinazione d'uso del suolo.
L'effetto in scala reale di tale insensata cementificazione si riscontra nelle chilometriche code in tangenziale, nella insufficienza della rete del trasporto pubblico, nell'inquinamento acustico ed atmosferico, nel rischio alluvione ad ogni pioggia un po' più intensa. D'altra parte se sia le funzioni residenziali che quelle produttive vengono polverizzate, disseminando "palazzine immerse nel verde" e anonimi capannoni–parallelepipedo tra le campagne ed i boschi residuali, il risultato – oltre che spreco e improvvida impermeabilizzazione del suolo – consiste nella irraggiungibilità mediante mezzo pubblico e inevitabile moltiplicazione del mezzo privato.
Col "senno di poi" le cose avrebbero potuto andare diversamente.
Negli anni Sessanta e Settanta, quando Milano ed i comuni della provincia avevano dato vita al P.I.M. (Piano Intercomunale Milanese), una lungimirante attenzione all'interesse pubblico aveva precocemente intuito la questione della pianificazione di ampia area. Purtroppo questa illuminata intenzione si è chiusa assai presto, offuscata dalle urbanistiche contrattate dei Berlusconi, dei Ligresti, dei Cabassi e simili, assecondate dalla politica della "Milano da bere", insofferente a lacci e laccioli, e ovviamente alla rigidità dei vincoli edificatori, ma sensibile ad appalti, affari e rendita immobiliare. Il risultato e sotto gli occhi di tutti.

Il piano territoriale provinciale
Negli anni Novanta si è tuttavia presentata una nuova buona occasione per invertire la tendenza e cercare di chiudere la stalla prima che i buoi fossero tutti scappati: la Legge 142 del 1990 affidava infatti alle province il compito di redigere i piani territoriali di coordinamento, ovvero disegnare la maglia all'interno della quale i comuni avrebbero organizzato il proprio territorio autonomamente ma in modo appunto "coordinato". La stessa legge prescriveva inoltre (entro sei mesi!) l'istituzione delle città metropolitane. Doppia occasione d'oro, si direbbe, per il centro–sinistra già allargato a Rifondazione che avrebbe governato la provincia di Milano dal 1995 al 1999. Tuttavia purtroppo occasione mancata, perché la Giunta Tamberi ha improvvidamente rinunciato a mettere a frutto entrambe le opportunità, col risultato di riconsegnare la provincia al centro–destra, che avrebbe a sua volta approvato un piano finto, privo di efficacia ed utilità. Dunque non basta "vincere" (esistono anche le vittorie di Pirro): la vittoria elettorale ha senso se intesa come mezzo per restituire in termini di buon governo la fiducia ottenuta dagli elettori, non un fine in sé ossia mera occupazione pro–tempore di poltrone, poltroncine ed auto blu. Ovvio ma non scontato!
In realtà la mancata adozione del piano territoriale da parte del centro–sinistra, malgrado l'ottimo studio al riguardo elaborato da Giuseppe Boatti, é dovuta a due cause: una secondaria ed una principale. Quella secondaria consiste nella sciagurata decisione di modificare lo statuto provinciale (approvata alla quasi unanimità tranne un voto) nel senso di moltiplicare il numero degli assessori. Tale astuta trovata ha comportato lo sdoppiamento dell'assessorato al territorio, per inventarne uno nuovo alla viabilità (come se la viabilità non insistesse sul territorio), creando ovviamente atriti e dissonanze nonché disorientamento tra tecnici e funzionari.
La causa principale è tuttavia l'altra: l'atteggiamento del comune di Milano che, attraverso una lettera dell'allora assessore Lupi, diffidò esplicitamente Tamberi a procedere sul piano territoriale con un argomento che, tradotto dal burocratichese, si può riassumere nel seguente concetto "non hai capito che qui comando io!". Tamberi e compagni alzarono subito bandiera bianca ed affrontarono la campagna elettorale non con l'argomento forte di chiamare l'elettorato a legittimare il Piano, bensì con quello debole della "provincia che ha fatto strada" moltiplicando le rotatorie agli incroci. Un lavoretto da geometri!
Il risultato di questa assenza di idee chiare e indirizzi precisi ("riformisti", per carità!) è stato di consegnare l'Ente Provincia per un quinquennio alla signora (in rosso, per colmo della beffa) per una manciata di voti.
Per amor di verità occorre anche dire che l'insofferenza verso un piano sovracomunale, capace di imporre vincoli e di prevedere infrastrutture di rete non sempre gradite a livello locale, non si è manifestata solo da parte del comune di Milano, bensì anche da parte di molti sindaci portati inevitabilmente a pensare, e non solo agire, localmente. Il che è, relativamente, legittimo da parte loro. Tuttavia un governo metropolitano vero deve aver la capacità di affrontare i problemi con una visione d'insieme, evitando di appiattirsi sui comuni, compresi quelli di segno politico amico. L'area metropolitana si configura come sistema territoriale, economico e sociale unitario, e come tale merita di essere governato, fatte salve le competenze precipuamente locali da affidarsi tutte al livello municipale.
Resta il fatto che la difficoltà di governare tematiche aventi dimensione metropolitana è dovuta all'improprio strapotere del Palazzo Marino, ed alla complementare debolezza strutturale di un Palazzo Isimbardi ridotto ad un ruolo subalterno e sostanzialmente superfluo.

Il nuovo ordine costituzionale
Tuttavia l'avvento del millennio ha comportato una nuova eccellente opportunità: l'approvazione, con un colpo d'ala del morente governo di centro–sinistra, del Titolo V° della Costituzione, confermato con referendum popolare.
Finalmente alle città metropolitane viene conferita dignità costituzionale. Un'altra occasione d'oro per i Riformisti di vario marchio e formato? Purtroppo niente di tutto questo. L'iniziativa politica e (sub)culturale sul terreno delle "riforme" istituzionali, nel senso degli eccessi disgregatori e segregatori della "devoluscion", tornano ben presto in mano alla rozza e retriva demagogia di Bossi.
Il centro–sinistra (almeno di rito ambrosiano, perché nella città di Roma sembra risuoni tutt'altra musica) continua a mancare le occasioni per una politica ed un programma validi e coerenti. Se ne è ben guardato dal sostenere il disegno di legge presentato al Senato da Antonio Pizzinato (un ottimo testo proteso a dare attuazione al Titolo V° nella realtà milanese), pressoché ignorato e vilipeso ancorché co–firmato da altri nove senatori tra DS, Margherita, SDI, Verdi e PdCI. Al contrario ha dato corda e copertura all'assurda "secessione" di Monza e (un pezzo) di Brianza in autonoma provincia, non opponendosi ed anzi assecondandone l'istituzione, già passata in un ramo del Parlamento! Senza capire che la città metropolitana, imponendo il decentramento spinto del capoluogo in autonome municipalità, farebbe venir meno il ruolo di "asso pigliatutto" dell'Albertini di turno, ovvero il principale motivo che ha spinto i monzesi ad illudersi di separasi erigendo una barriera del tutto virtuale verso Sesto, Cinisello e Cologno Monzese! Senza capire le potenzialità di un sviluppo policentrico che trasferisce la cultura, l'università e la ricerca sulle aree ex Pirelli e Falck, e dunque promuove l'hinterland, vecchia frontiera periferica, a nuova cerniera urbana.
Probabile invece che la frammentazione, la confusione e la contraddittorietà dell'architettura istituzionale, propria delle scomposte iniziative e delle sciatte idee prevalenti, comporterà ulteriore degrado e devastazione del territorio, nonché complessivo indebolimento e perdita di capacità competitiva dell'area milanese rispetto alle altre metropoli europee.
Sarà ancora possibile far tesoro dell'esperienza e modificare la prospettiva in vista delle imminenti e vincenti elezioni provinciali? Date le premesse, di metodo e di programma, francamente chi scrive ne dubita. Tuttavia, benché la valutazione pessimistica circa la levatura della politica milanese sia ormai divenuta senso comune, non si deve del tutto disperare. Sotto la pelle di una società all'apparenza avvilita e disanimata, sia pure disperse ed isolate, pensano ed agiscono forze civili e culturali riflessive ed impegnate. Il miracolo di un decollo a cavalcioni di scope alate non si è ripetuto a tutt'oggi. Ma sperare non è vietato!

Valentino Ballabio