IL SAN MARTINO

Negli anni ' 50 il San Martino era una striscia bianca di polvere e pietruzze, cosiddette geret, che correva in linea retta fra le cancellate delle due ville nobiliari, profilata a "schiena di mulo" per evitare ai Signori l' onta delle pozzanghere, ben protetta da un doppio ininterrotto filare di siepe a martello. Di fronte, come oggi, la Villa, bel palazzotto padronale dei Conti Casati per quanto di lignaggio più "borghese" rispetto al rococò dei Borromeo D' Adda; con un parco ridotto, per non sottrarre troppo terreno alle coltivazioni. Sulla destra la cascina e le stalle, dove da bambini si veniva mandati con la calderina in una mano ed una moneta dall'altra a comprare il latte, appena munto. Sulla sinistra la stradina, come oggi accostata al muro di cinta del giardino, si prolungava in terra battuta per le campagne, tra file di pioppi cipressini alti e schietti, fino ai mulini della Cà Bianca, la Folletta, il Taboga del Lambro. Al tramonto, la bassa, le contadine ripercorrevano a ritroso, sospingendo le caponere cigolanti e pigolanti, fino al comune ricovero, al San Martino. Lungo il sentiero sparsi casot con le aie spianate dove i grani raccolti venivano accuratamente distesi ad asciugare al sole. D'inverno invece gelo e nebbia. Ricordo una sera di Sant'Antonio – un pulmino ci riportava a sobbalzi dal collegio di Peregallo – le voci festose attutite dalla scighera ed i bagliori dei falò che, a tratti, spezzavano la coltre spessa come ovatta.

Da un campaniletto a vela la martinella della Villa scandiva regolarmente, con un suono argentino, ave maria ed angelus. Una sera i rintocchi si susseguirono diversi, gravi, tristi. Il vecchio Conte–Senatore era morto e riposava disteso, con la grande barba bianca a dividere la redingote diplomatica. Tutto il paese era mestamente accorso al San Martino, nell'austero salone della camera ardente, per rendere omaggio, forse presago che, con il vegliardo statista liberale, sodale di Ivanoe Bonomi e di Benedetto Croce, finiva un'epoca. Altri inquilini avrebbero in seguito occupato, od usurpato?, luogo e titolo. Era la prima volta che vedevo nella realtà un morto, freddo e immobile; ed ancora oggi quell'immagine mi associa l'idea della morte ad un senso di dignità ed eccellenza. Da quel giorno la campanella del San Martino non avrebbe più rintoccato.

La via Centemero sboccava già sul San Martino, ma la via Natale Beretta, dove abitavamo, no. Queste nuove strade ricavate tra villette di operai, costruite spesso "in proprio" su piccoli lotti di area svenduti a basso prezzo dalla proprietà Borromeo, attorno alla cascina del Sentirone (altra alternativa per prelevare il latte dal produttore al consumatore), dedicate ai partigiani caduti di fresco, erano tracciati approssimativi senza condotte fognarie e, naturalmente, senza asfalto. Quando pioveva l'aves sotterraneo si alzava, raccogliendo le acque della collina e allagando gli scantinati. Via Beretta in realtà comunicava col San Martino attraverso un buco nella siepe alternativamente richiuso dal fattore dei Casati e riaperto dai ragazzi del Sentirun in quanto via più breve per raggiungere la scuola. Per un certo tratto prevalse il fattore, tanto è vero che dal fondo della via Beretta si creò, per spontaneo calpestio, un sentierino parallelo al San Martino, lungo il prato a valle dell'inviolabile siepe. Nelle buie serate invernali i ritorni dal collegio – il pullman faceva fermata in via Roma – lungo l'impervio e solitario sentiero avrebbero richiesto interiori scongiuri ed invocazioni, tanto per darsi un po' di coraggio. Successivamente in luogo di prato e siepe sono sorti due palazzi, nel secondo dei quali, al civico numero 7, ci saremmo trasferiti nel 1968 e dove risiede ancora mia madre, fino a formare finalmente un regolare incrocio tra le vie Beretta e San Martino, asfaltate a nuovo.

L'Istituto Pedagogico di Peregallo era ricavato in un'altra villa della costellazione di "delizie" che punteggiano la ridente Brianza, a corona della regale Villa monzese. Saloni arredati in stile ed un ampio parco all'inglese, con cannocchiale adibito a campo di calcio, piante esotiche e boschina di sempreverdi tassi baccati, che in autunno offrivano pinoli rosso–fucsia appiccicosi e dolciastri. A scopo didattico, in un recinto, anche un animale esotico: un piccolo cinghiale, Ercolino. Per l'insegnamento veniva adottato, tra l'altro, il metodo Montessori. Ben altra cosa rispetto alle bacchettate sulle dita macchiate d'inchiostro dispensate dalla maestra Savio in prima elementare, che avevo frequentato alle "comunali" di Via Umberto I° armeggiando pennini, calamai e quaderni dalla funerea copertina nera. Diretto da un giovane e rubicondo prete sardo, modernista e anticonformista, considerato in odore di scandalo dai buoni parroci brianzoli, il Collegio era un po' al di sopra dei nostri mezzi. Frequentato dai figli della borghesia imprenditoriale rampante del dopoguerra, dai Fabbri Editori ai Fossati Star, ai Perego, era risultato tuttavia accessibile – come "esterni" e grazie alle stravaganze democratiche del direttore nonché ai sacrifici dei genitori – anche a me, a mio fratello ed al figlio del cuoco degli eredi Casati, i quali ultimi in realtà avevano abbandonato la villa attratti dalla dolce vita romana; lungi dall'esempio austero del vecchio Conte Alessandro e dal ricordo del giovane Alfonso, caduto nella guerra partigiana combattendo i tedeschi nelle formazioni liberal–monarchiche. Col compagno di collegio erano quindi frequenti le scorribande nel giardino della villa San Martino, a caccia di frutta e avventure di gioco. Ricordo il sapore – nostrane madeleines – delle carote estratte a viva forza dall'orto e sgranocchiate crude dopo un'approssimativa ripulitura.

Attorno la vita di Arcore scorreva liscia e regolare. Domenica Messa e mancia da consumare alla bancarella ambulante del vecchio ortolano, il Burela: castagne secche, durissime sotto i denti, e stecche di regulisia. Mercoledì mercato: fragranza di merluzzo fritto al momento e sul posto, venduto in cartocci di spessa carta giallo–ocra. Giovedì vacanza nelle scuole: giochi di strada a lora, ricavata intagliando segmenti di manici di scopa, o a biglie. Dopo scuola: battaglie a cartellate sul basso muricciolo di "bolognini" che tuttora resiste all'angolo della piazza della Chiesa. Terza Domenica di Agosto festa d'Arcur: processione, giostre e spargiate di torta paesana, portate a cuocere al forno del prestinè dentro tovaglie annodate. Penultimo Lunedì di Settembre fera de sant'Eustorgio: vivaci richiami di imbonitori e alti muggiti di bovini, allineati in bella esposizione sul San Martino per concitate o compiaciute contrattazioni.

La giornata era scandita dalla sirena della Gilera e della Falck: a mesdì in punto lo stormo scattante delle biciclette si liberava – scavalcando l'ultimo ostacolo del passaggio a livello – per scaraventare frotte di tute blu verso fumanti pastasciutte. Attente casalinghe avevano messo assieme il desco con insalata e acciughe, oppure "bologna" e gorgonzola. Solo alla domenica pollo o manzo bollito. Alla Democrasia trovavi Don Pepin, arzillo e soccorrevole pretino, giocare a briscola con i timorati uomini di Azione Cattolica, mentre al Circulin un rubinetto posto sul bancone, con annessa tubatura a pompa, convogliava direttamente dalle damigiane riposte in cantina un vino rosso e denso verso i quartini del popolo social–comunista.

Venne il luglio '60. La Gilera occupata. Gli operai chiusi dentro la fabbrica calavano i cestini dai muri di cinta per raccogliere pagnotte e salami offerti dalle famiglie, dalla Cooperativa, dalle Acli. La Commissione Interna riunita in permanenza. Camionette della "celere" allineate davanti alla Trattoria del Ponte, dove la Molgorana ancora sboccava a cielo aperto. L'onorevole avvocato Aldo Buzzelli, in canottiera nel caldo torrido, issato su un palchetto davanti al Comune a scandire un vibrato comizio contro Tambroni ed i padroni. Tutti il paese ancora una volta raccolto, in piazza.

La visione della TV era un rito collettivo che si consumava nei circoli e nei bar, ovvero ancora vecchie osterie, con il lavello ovale di stagno e possibilmente il gioco delle bocce sotto gli imbersò. In centro Arcur nella proprietà dello zio Giulio, fratello di mio nonno Valentino, era aperto il cinema e l'osteria della zia Virginia. Altri ritrovi: la trattoria del Gallo, da Pulòobusecca e cassoula – ed il Castello in via Abate d'Adda. L'albergo Sant'Eustorgio era riservato ai clienti illustri ed agli ospiti del Gilera, che portavano nel mondo il nome di Arcore, capitale del motociclismo sportivo. Il "circuito" di Monza del resto stava a un tiro di schioppo: nelle limpide giornate di settembre il ruggito della curva di Lesmo rimbombava fragoroso sul San Martino. Il vecchio fondatore aveva sofferto tragicamente l'interruzione della linea di successione – il figlio Ferruccio perito tragicamente in Argentina – preconizzando il dramma della Fiat, alla quale la fabbrica, transitando per la Piaggio, sarebbe in seguito passata sino alla definitiva chiusura.

La primordiale RAI TV ammanniva settimanalmente Mike Buongiorno, padre Mariano ed il maestro Manzi. Ogni sera un breve telegiornale–velina governativo, letto a mezzobusto. L'opposizione era esclusa dall'etere; per farsi sentire occorrevano comizi, volantini, manifesti, scritte a vernice sui muri. Tuttavia con il primo centro–sinistra apparvero le "tribune politiche", pochi minuti di video riservate a tutti i Partiti, in parti uguali. Per la prima volta sarebbe comparso sul teleschermo Palmiro Togliatti, annunciato dalla Sezione con manifestini e macchina–altoparlante. L'attesa era grande. Ricordo, dentro un silenzio religioso che avvolgeva tutto il paese raccolto nei bar–auditorium, la voce un po' tremula del Migliore uscire dalla tabaccheria di Caterina per diffondersi sulla Via Umberto I°, per appellarsi accorata agli emigranti meridionali che intanto risalivano la penisola "con le valigie sdrucite, legate con il filo di spago".

Il Comitato Direttivo della Sezione del PCI era composto da quindici membri, quattordici operai ed uno studente: il sottoscritto. Prima del '68 la politica rifletteva abbastanza fedelmente la realtà di classe. Sindaco e maggiorenti della Dc infatti erano quasi tutti impiegati. I vietcong intanto non si piegavano ai B52 americani. Escogitammo un ingegnoso sistema – con ganci e canne da pesca – per appendere nottetempo cartelli di solidarietà con l'eroico popolo vietnamita sui fili dell'elettricità che attraversano via Roma. All'indomani i democristiani esterrefatti si sarebbero chiesti come avessero fatto i comunisti a salire tanto in alto! Fondammo un Centro Culturale Arcorese, artigianale ed improbabile alternativa all'Oratorio, che organizzava incontri su argomenti alternativi, dall'educazione sessuale (materia imbarazzante ma sublimata dalla voce suadente di Laura Conti) al volo degli sputnik. Riuscimmo a convocare un'assemblea pubblica, che ebbe seguito sul "Giorno", per denunciare un piano di lottizzazione che, se attuato, avrebbe distrutto metà Parco Borromeo.

La Sacit era il corrispettivo femminile della Gilera. Miliardi di punti di donne cuciti su milioni di camicie da uomo. Frotte di grembiuli azzurri nell'intervallo del mesdì passeggiavano in file orizzontali, trasversali alla sezione della strada, tenendosi strette a braccetto. La forza della piccola falange consentiva di non abbassare gli occhi al passaggio dell'altro sesso. Un tacchettio cadenzato accompagnava l'intenso chiacchiericcio, risuonando sul suolo di strade ancora deserte e silenziose; perlomeno sino al deflagrare a rombo di tuono dei Gilerini accelerati a manetta, a scopo di corteggiamento. Le automobili invece ancora rare, ed il traffico una cosa sconosciuta, lontana, riguardante il centro della città, oltre il corso Buenos Aires. Nell'autunno del 1965 venne la volta degli scioperi dei tessili e dell'occupazione della Sacit, giorno e notte. Alla lotta sociale si sovrapponeva la preoccupazione morale. Tuttavia la sindacalista della Cisl teneva in serbo la mossa vincente per mettere a tacere le malelingue: a sera tutte le ragazze in circolo, tra macchine per cucire e rotoli di tela, a recitare il rosario.

Altre industrie si sviluppavano con l'esplodere del boom economico. La Perego, ora Peg – carrozzine in funzione dell'altro boom, demografico – e la Molteni, salumi a buon mercato per mense finalmente ben fornite, insieme all'orgoglio effimero di un nome, venuto dal nulla, stampato sulle maglie camoscio blu di noti campioni, correre le tappe del Giro tra ali di folla entusiasta. Farsa e tragedia avrebbero inseguito quest'ultima famiglia, interprete genuina dello "spirito animale" che percorre la profonda Brianza, cattolica in superficie ma, nell'intimo, impregnata di estrema etica protestante: laurà e danée sopra ogni cosa. Un'ingegnosa evasione fiscale, nota alle cronache come "truffa delle mortadelle allo sterco", per evadere le tasse d'importazione dei suini romeni. Il mortale infortunio sul lavoro della moglie del titolare, signora Olga, orribilmente falciata da un attrezzo da macellaio, che essa stessa manovrava dall'alba, come tutti i giorni, al fianco degli operai, per controllare ed incitare la produzione. Intanto fabbriche e fabbrichette crescevano come funghi sulla via del Bruno. In un cortiletto, dietro le case minime di via Vittorio Veneto ma accessibile da un vialetto che dava sulla via Battisti, il laboratorio di cornici di mio padre: odore resinoso di legname stagionato, colla di pesce e gesso caolino.

Venne quindi il tempo dei suicidi romani messi in atto dai rampolli della nobiltà che aveva tenuto villa sul suolo arcorese. Camillino Casati Stampa di Soncino, in modo tragico e perverso; avrebbe lasciato erede una nipotina in minor età, necessitante di tutela che presto avrebbe trovato – nell' amabile ambiente della Roma pariolina – tra le fauci fameliche dello squalo di passo. Giannetto Borromeo d'Adda, giovane e raffinato deputato della destra monarchica, non prima di aver trattato la cessione della omonima villa e del grande splendido parco alla prima Giunta di sinistra. Partecipai all'incontro, da capo–gruppo consiliare del PCI. Il Conte–Onorevole avrebbe tenuto come ricordo di famiglia soltanto la proprietà del tempietto con la candida e dolente statua del Vela. Il popolo finalmente entrava a testa alta, non più col cappello in mano, nella nostra piccola Versailles – così proclamai in Consiglio Comunale – superati i patemi ed i pregiudizi che ancora circolavano, il timore che ad espropriare il Sciur Cunt se fa pecà.

Per la completezza di questa memoria (modesto amarcord, evitando di scomodare la recherche!) corre obbligo citare la villa Ravizza, col bel giardino all'italiana ancora oggi intatto, e la villa della Cazzola che allora, anni '50, non aveva recinzione ed era raggiungibile costeggiando il muro di cinta del parco Borromeo. Di proprietà dei Durini dominava le corti di Bernate. Vicino alla Cazzola si trovava un laghetto circondato da pini, meta di scampagnate domenicali e soggiorno per le ferie estive. Uno stagno simile si può vedere tutt'ora dietro la Villa Taverna, alla Canonica. Si pescavano piccole tinche e, attraverso pertiche arrotolate nel pantano, anche le rane. Altro luogo di villeggiatura i boschi di Bernate che offrivano, al campasciò, un catino naturale per partite di calcio. Della veduta del laghet de la Casola conservo un acquarello dipinto dal vero da mio padre, artigiano decoratore di cornici e fine pittore, già reduce di tre fronti di guerra compresa la ritirata di Russia, nel tempo libero anche violinista e pescatore a lenza. Il Lambro, ancora ricco di cavedani e scardole, era la riviera più vicina, raggiungibile dal San Martino in bicicletta.

La Festa dell'Unità si svolgeva nei boschi, verso Camparada, fuori dagli occhi inquisitori che ghettizzavano i frequentatori del Circolino, i quali a loro volta andavano ben orgogliosi di esibire pubblicamente l'indelebile marchio rosso. Nei boschi si poteva fare musica e ballare, attività sospetta e quasi proibita in paese. Salamini cotti, nervetti, sottaceti: la festa era per tutti. Tuttavia quando alle elezioni comunali del 1975 la sinistra superò la DC, che aveva tenuto la maggioranza assoluta in Comune per trent'anni, la Festa dell'Unità poté uscire dalla clandestinità per spostarsi in centro, sulla via San Martino vicino alla nuovissima piscina che, con la biblioteca, era stata a lungo rivendicata dalla gioventù progressista arcorese. In uno di quegli anni, verso mezzanotte di una calda nottata di Luglio, stavamo appunto chiudendo gli stand quando il nuovo proprietario della Villa, allora noto costruttore edile, con avvocatino al seguito, ci raggiunse per prendere un po' di fresco. Aveva voglia di chiacchierare ed offri da bere a tutti. La dissertazione consisteva nello spiegare a noi, modesti comunisti di paese, come era veramente la Russia, perché Lui aveva più volte soggiornato in albergo a Mosca. Il tono non era critico, dato il luogo e l'uditorio, bensì piuttosto di chi la sa più lunga e quindi può spararla più grossa. Personalmente ero reduce da un lungo viaggio di studio nell'Unione Sovietica, ma visto l'andazzo della discussione, preferii tacere la circostanza – che però era nota a tutti gli altri presenti – facendo l'ingenuo. Passammo buona parte della notte a dibattere le implacabili certezze dell'importante ospite, turista affermato e politico a tempo perso. Il giorno dopo la voce corrente in paese diffondeva che mi eri quel che l'ha ciapà per el cù el Berluscun.

Anni dopo avrei avuto l'opportunità di operare nei grandi saloni, questa volta adibiti a uffici di Sindaco Giunta e Consiglio Comunale, dagli splendidi soffitti a cassettone ed affreschi di argomento arcadico, nel piano nobile della Villa Casati di Cologno Monzese, molto simile alla gemella di Arcore e di altre sparse per la campagna milanese. Rinvenni allora l'inquilino del San Martino, sebbene di persona non l'avrei più reincontrato, insediato negli studios che erano stati una propaggine della Rizzoli di Lambrate, ed ora si avviavano alla conquista del duopolio e di altro ancora. In Villa Casati, tra l'altro, firmai accanto alla testa più lucida, nel senso della calvizie, dello staff, fornita di notarile "procura", la convenzione per la costruzione dell'antenna che domina la tangenziale, dietro la corresponsione al Comune di due miliardi e mezzo di oneri aggiuntivi, che salvò il bilancio del '92, decimato dai tagli imposti con la scure dal Governo Amato per entrare in Europa.

"Ci si deve aggrappare alle Alpi" ebbe a esortare il compianto Avvocato Agnelli. Invece l'ombra lunga del San Martino si sarebbe ancora estesa a dismisura lungo tutta la penisola, giù giù sino ai fichi d'india.

(v.b.)
31 Gennaio 2003