Lettera aperta a Milan
sindaco di Cologno Monzese (Gennaio 2003)


Caro Giuseppe Milan

ricorrendo giusto quindici anni dalla costituzione della nostra prima Giunta, che vide l' elezione – allora indiretta! –di entrambi come Sindaco e Vice Sindaco di Cologno Monzese, permettimi di evocare qualche ricordo e considerazione, tenuto conto che nella mia odierna posizione di semplice "impiegato della Pirelli" posso permettermi un certo distacco valutativo che, inevitabilmente, è più difficile per coloro che restano costantemente sulla breccia e devono giorno per giorno fronteggiare l' incalzare degli eventi.

Tre lustri rappresentano un lungo periodo nella vita delle persone ed anche delle comunità. Dal Gennaio 1988 (il muro di Berlino era ancora in piedi) abbiamo visto, nella realtà sociale ma soprattutto nella vita politica, tanti cambiamenti, inversioni, corsi e ricorsi tali da porre ciascuno di noi di fronte alla scelta: galleggiare come il travicello che comunque rimane sulla cresta dell' onda oppure tenere fermo con il rischio di venire sommerso (ma l' onda passa e lo scoglio, se è vera roccia, prima o poi riemerge).

Allora inaugurammo una stagione nuova, controcorrente ed "anomala", che dischiuse una visione politica, anticipatrice del primo Ulivo e della prospettiva europea. E' vero che tale parabola è durata poco, e ben presto ha imboccato la fase discendente come hanno purtroppo mostrato le note vicende politiche nazionali ed anche internazionali. Nella realtà milanese e lombarda poi non si è praticamente mai innalzata, considerato che pure la breve e deludente esperienza del centro–sinistra al governo della Provincia non si è mai sollevata dal raso terra.

Tuttavia mi chiedo se quelle sementi sono state gettate invano, se sono tutte finite sul terreno arido oppure, come insegna l' apologo evangelico, almeno in parte possano aver raggiunto la terra fertile, ed allora prima o poi fruttificheranno. Se così fosse si tratta allora di avere pazienza, aspettare la stagione opportuna; senza cessare di chinarsi al suolo per curarlo e coltivarlo.

O erano gusci vuoti? In tal caso l' attesa, e la speranza, è vana. Eppure un grumo solido di verità c' era in quei valori semplici e comuni che allora ponemmo alla base di un' inconsueta esperienza politica: coerenza, correttezza, disinteresse. Alla faccia dei tanti assai furbi, avveduti, smaliziati, disincantati, navigati "uomini di mondo" che brulicavano attorno. In barba ai sedicenti professionisti (o mestieranti?) della politica, spiazzati all' idea che la stessa potesse essere considerata un' arte che dà piacere e soddisfazione in sé, per la crescita sociale e culturale ed il buon governo che produce, non per il tornaconto (sontuoso o meschino, non importa) che se ne può ricavare.
E' vero che è durata poco. Che il Palazzo non ha gradito. Che il conformismo è tornato a prevalere anche nei comportamenti quotidiani. Che è sorto, e poi risorto, l' astro grottesco e ammaliante dell' istrione mediatico. Ma quella breve esperienza ha dimostrato che un' alternativa era possibile. E dunque potrebbe esserlo ancora.

E' a questo snodo che ci siamo persi di vista. Da una parte certamente ha pesato come un macigno l' insipienza e l' inettitudine di una sinistra chiusa nella propria mediocrità partitica, allorché i Partiti veri avevano terminato il ciclo di protagonisti storici durato, nel bene e nel male, esattamente un secolo, dal 1892 al 1991. Gli epigoni hanno ereditato solo i difetti più banali. La "cosa" nuova non è sorta. Dall' altra ha tuttavia influito una cattiva scuola democristiana (o meglio, "dorotea") rintracciabile nel celebre motto andreottiano: il potere logora chi non ce l' ha.

Non è così. La massima originale è stata ironicamente rovesciata. Il potere logora chi ce l' ha, tant' è che nelle democrazie sane le cariche, soprattutto se risultanti da elezione diretta, sono rigorosamente a termine. L' alternanza delle esperienze personali, oltre che degli schieramenti elettorali, garantisce ricambio di idee e di soluzioni. A meno che si voglia considerare il potere un fine da conseguire comunque e con ogni mezzo, secondo un machiavellismo di rozza lettura. Una posizione da occupare, non importa come e con chi. Un gioco di Palazzo ove i giocatori si contendono a colpi di astuzia e di fortuna.

Ma attenzione! allora si torna alle origini, alla situazione antecedente al ' 88. Ai Sindaci per tutte le stagioni, alle cordate transeunti di gruppi e sottogruppi, all' interesse pubblico sequestrato da piccoli e grandi ricatti e veti incrociati. Ma noi sappiamo, per esperienza, che questa situazione non ha prospettive. La blindatura dell' attuale meccanismo elettorale ed istituzionale può ingessarla, non salvarla.

E' vero che il panorama che si avvista tutto intorno è oggi sconsolante, e all' orizzonte non si intravedono nuove "anomalie", se non fuori l' arengo politico–istituzionale. Più normale di così! Nei Comuni si avverte una sostanziale omologazione delle culture e delle prassi amministrative, a cominciare dalle fondamentali politiche del territorio e dell' ambiente. Le riforme amministrative ed istituzionali, dalle Leggi Bassanini al Titolo V della Costituzione, languono nell' indifferenza e nel tirare a campare; però tutti si proclamano, senza eccezioni, innovatori e riformisti. Partiti e schieramenti proclamano di voler vincere il prossimo turno elettorale come fosse una coppa calcistica, senza spiegare il programma oppure dispiegando finti programmi esattamente sovrapponibili con quelli avversari.

Intanto sociologi e opinionisti denunciano la "decadenza" del Paese (ed – al suo interno – in particolare del "sistema Milano"). Di un Paese che soffre un vuoto di innovazione e di progettazione, che appare incapace di fare formazione e selezione della propria classe dirigente, ovvero operazioni oggi considerate essenziali per qualsiasi aziendina che voglia garantirsi il futuro. E qui il futuro sono figli ai quali dobbiamo lasciare un mondo di cui non doversi pentire.

Mentre il presente alterna secco–inquinato ed umido–alluvionato. La deregulation di vasta area ed il non–governo metropolitano provocano regolarmente intasamento della tangenziale e/o esondazione del Lambro i cui effetti si pagano a Milano e a Cologno ma le cui cause risiedono entrambe nella cementificazione selvaggia della collina brianzola.

Ma il discorso ci porterebbe lontano. E poiché tu rimani la stessa persona che ho conosciuto, con cui ho condiviso le stesse responsabilità, che non desidero "scaricare" per quanto non approvi la tua scelta (te lo dico ad un anno di distanza, a mente fredda), ritengo ancora utile tenere aperta un' opportunità di dialogo.

Altrimenti pazienza. Non ho rimpianti ne abiure da opporre, solo sento il dovere di tener viva la speranza di una via d' uscita da questa impasse che ci ha preso tutti, che blocca tanto chi si è tenuto, o è stato tenuto, fuori; tanto chi è invece rimasto dentro questa arena di basso profilo e scadente spettacolo. La via d' uscita non è evidente ma tuttavia c' è, alla faccia degli scettici e degli sfiduciati: si tratta di individuarla pensando a tutto campo, scrutando fuori dalla cerchia, senza escludere tracce e trame inesplorate, come si conviene negli scacchi con la mossa del cavallo. Allora la politica tornerebbe ad avere – almeno per chi scrive – ancora gusto e senso.

Rinnovandoti i migliori saluti ed auguri, tuo
Valentino Ballabio

10 Gennaio 2003