CARA
ARCORE: SE NON ORA QUANDO?
"La farina del diavolo va in crusca" recita un
vecchio adagio, retaggio della saggezza popolare. Infatti le premesse che
avrebbero condotto al fallimento dell' amministrazione arcorese, scaturita dalle
elezioni del 2002, nonché all' onta del commissariamento prefettizio erano a
modesto giudizio di chi scrive tutte presenti fin dall' inizio. Mi limito ad
elencarne tre, di puro metodo, senza entrare nel merito delle successive
vicende mercantilpolitiche ed ediliziogiudiziarie.
Primo. La seduta
d' insediamento di ogni Consiglio Comunale si inaugura con un punto uno
all' ordine del giorno che si intitola "convalida degli eletti". I consiglieri
designati dallo scrutinio sono infatti chiamati a ratificare la composizione
dell' assemblea mediante un voto politico, attestante il reciproco
riconoscimento di regolarità e legittimità. Ebbene in tale sede una maggioranza
fittizia, non corrispondente alla volontà del corpo elettorale a causa del noto
errore di trascrizione in un verbale, ha surrettiziamente "convalidato" se
stessa, giocando sui tempi di attesa del tribunale amministrativo che avrebbe
di seguito invece invalidato la medesima. Per la politica italiana infatti due
più due non fa mai quattro, se non mediante ricorsi, controricorsi e sentenze
del TAR! La violenza sui numeri ha dunque prodotto il primo inquinamento e
innescato la spirale di poco edificanti astuzie ed espedienti successivi.
Secondo. Obiezione:
"però l' anatra era zoppa, all' elezione di un Sindaco maggioritario non ha
corrisposto un' analoga maggioranza in Consiglio: forse l' elettorato non ha
capito". Rispondo che l' elettorato aveva capito benissimo. Fra i candidati
sindaci ha scelto il meno peggio. Che l' altro fosse pessimo è stato ampiamente
confermato. Ma allo schieramento esclusivamente partitico che doveva sostenerlo
mancava un pezzo, un' istanza della società civile che indicasse contenuti
programmatici distintivi. Ancora in questi giorni il dibattito politico
nazionale non discute di "chi deve fare che cosa", come avviene in ogni
famiglia, organizzazione o impresa, bensì "chi deve stare con chi". E cosa
poteva fare l' elettorato, costretto all' alternativa tra minestra da mangiare o
finestra da saltare, in un bipolarismo chiuso, dove le primarie sempre promesse
non si tengono mai (o quasi; eccezione le recenti regionali in Puglia)? Dove
per assumere un vigile o un bibliotecario occorre concorso pubblico ed invece
la scelta del candidato Sindaco è affidata a trattativa privata nel chiuso delle segreterie di partito? Pertanto,
poiché il Consiglio non è un appendice del Sindaco ma sede qualificata di
dibattito e confronto democratico, si sarebbe dovuto rispettare la volontà del
corpo elettorale: punteggio pari e partita da rifare.
Terzo. La qualità
del governo della cosa pubblica è purtroppo destinato a peggiorare se la
politica non rinnova se stessa, il proprio linguaggio, i propri metodi. Se non
si riconcilia col pensiero, con la cultura, con l' etica. Invece assistiamo
troppo spesso all' inasprirsi dell' invettiva e dell' aggressività verbale a
fronte dell' omologazione dei comportamenti e degli (scarsi) contenuti, mentre
viene meno il coraggio dell' ascolto e del confronto, della critica e
dell' autocritica.
In fine. In
politica, come nella vita, le cattive esperienze possono divenire tuttavia
occasione di ripensamento e chiarimento. Se Arcore volesse far tesoro di questa
brutta prova, non sarebbe infatti questo il momento opportuno per girare
pagina? Per ripartire dal temporaneo fallimento di entrambi gli schieramenti
politici vigenti e chiedere ai Partiti, in primo luogo, di aprire porte e
finestre. Per dischiudere a nuove energie, ai giovani per età e cittadinanza,
agli arcoresi acquisiti che affollano la malridotta stazione ferroviaria per
lavorare, studiare, fruire il tempo libero nella metropoli. Ovvero i nuovi
cittadini metropolitani che, se coinvolti, porterebbero una ventata di aria
fresca dentro un ceto politico invece ancora radicato nella vecchia
appartenenza paesana.
Si può allora
pensare ad un forum cittadino aperto a tutti, per discutere in pubblico
programmi, schieramenti, candidati? Per ribaltare nel luogo divenuto simbolo
del partitoazienda il paradigma della decadenza postmoderna della
partecipazione politica e della democrazia? Personalmente, per lunga esperienza
che porto appresso, non ci conto; e tuttavia, per l' affetto che sempre lega al
"luogo natio", me lo auguro.