Umberto Eco,

"Bobbio, gli intellettuali e la missione del Grillo parlante"

(la Repubblica, 28/09/2004)

(...) Bobbio non era come diremmo oggi un "terzista", proponeva un impegno da una parte, ma accompagnato dal dovere, perseguito a ogni costo, di mediare criticando, ponendo sempre non solo gli avversari ma soprattutto gli amici di fronte alle loro proprie contraddizioni. Ho citato il saggio del 1951 per cui il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi anziché raccogliere certezze. Ci pare un'affermazione quasi ovvia, ma Bobbio la pronunciava in un periodo in cui l'intelligentzia progressista chiedeva agli intellettuali di produrre certezze. E dunque bisogna ancora far fruttare questa lezione, interpretandola in questo senso: gli intellettuali non risolvono le crisi, ma le creano. Gli intellettuali o creano rivoluzioni copernicane, o rimangono scoliasti di Tolomeo. Ma presso chi l'intellettuale deve instaurare la crisi? Veniamo ora alla seconda grande lezione di Bobbio. Viene da sorridere quando, parlando dell'Italia del dopoguerra, si ascoltano ancora vaniloqui sull'egemonia della sinistra, spostando ovviamente Bobbio tra i sostenitori dell'Impero del Male, quando egli, pur ritenendosi uomo di sinistra, ha speso gran parte della propria vita a polemizzare con quella sinistra che all'epoca si voleva egemone. E questo significa che, dando alla parola "parte" un senso non strettamente partitico, la lezione principale di Bobbio, o almeno quella che io ne ho tratto leggendolo allora, è stata che l'intellettuale svolge la propria funzione critica e non propagandistica solo (o anzitutto) quando sa parlare contro la propria parte. L'intellettuale impegnato deve mettere anzitutto in crisi coloro a fianco dei quali s'impegna. Questo certamente Bobbio ci diceva quando sosteneva che, per quanto si sentissero schierati, gli uomini di cultura dovevano anzitutto opporsi criticamente a procedimenti falsificatori e a ragionamenti viziati, che "si può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che da un'altra, mantenendosi fedeli al metodo dell'imparzialità", perché "essere imparziali non significa non dare ragione a nessuno dei due contendenti, ma dare ragione all'uno o all'altro, o magari torto a tutti e due, a ragion veduta", che "si può essere imparziali senza essere neutrali" e che "al di là del dovere di entrare nella lotta, c'è, per l'uomo di cultura, il diritto di non accettare i termini della lotta così come sono posti, di discuterli, di sottoporli alla critica della ragione" perché "al di là del dovere della collaborazione c'è il diritto della indagine", e infine che "sarebbe già qualcosa se gli uomini di cultura difendessero l'autonomia della cultura all'interno del proprio partito o del proprio gruppo politico, nell'ambito dell'ideologia politica a cui hanno liberamente aderito e in favore della quale sono disposti a dare la loro opera di uomini di cultura". Parole sufficienti a costituire per me, allora giovane lettore, la quintessenza delle mie personali idee sulla nozione di engagement. Tanto che nel 1968, invitato come cane sciolto a esprimermi sui problemi dell'impegno in un convegno di partito, ho affermato che il primo dovere dell'intellettuale è parlare contro la parte con cui sta, anche a costo di essere fucilato dopo la prima ondata. Avevo tratto cioè dalla lettura di Bobbio una nozione di funzione dell'intellettuale come Grillo Parlante, e tutto sommato ritengo che sia ancora l'unica giusta. E avevo usato, allora, una metafora che non era di Bobbio, bensì di Calvino: l'intellettuale deve partecipare stando sugli alberi. (...) Sono sempre stato fermamente convinto che nell'ideare la figura di Cosimo Piovasco di Rondò Calvino pensasse a come Bobbio concepiva la funzione dell'intellettuale. Cosimo Piovasco non si sottrae ai doveri che il suo tempo gli impone, partecipa ai grandi eventi storici del momento, ma cercando di mantenere quella distanza critica (nei confronti dei suoi stessi compagni) che gli è permessa dallo stare sugli alberi. Perde forse i vantaggi dello stare coi piedi per terra, ma acquista in ampiezza di prospettiva. Non sta sugli alberi per sfuggire ai propri doveri, ma sente che il suo dovere, per non essere visconte dimezzato o cavaliere inesistente, è di essere agilmente rampante. Ma torniamo a Bobbio...