COOPERAZIONE. ECONOMIA SOCIALE. INNOVAZIONE.


Alcune ipotesi di lavoro:

1) Cooperazione: può rifiorire una seconda giovinezza ?

2) Bilancio sociale: un modello per l' impresa innovativa ?

3) Volontariato: una diversa triangolazione fra Stato, stato sociale e società ?

 

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1) La nascita e la crescita del movimento mutualistico e cooperativo ha storicamente preceduto, in Italia, la fondazione sia dell' organizzazione sindacale dei lavoratori, sia del Partito politico (dei Partiti politici).

Erano state per prime le Società operaie, Casse e Mutue, Cooperative a dare alla luce il nuovo soggetto collettivo che sarebbe divenuto protagonista di uno sviluppo economico e produttivo pressochè ininterrotto, della formazione della moderna democrazia e della costruzione dell' ancora attuale stato sociale.

Ampi settori popolari emersero dalla secolare zona d' ombra della subalternità e dell' anonimato proprio mediante quelle prime esperienze solidaristiche e associative; mentre solo in un secondo tempo, dopo qualche decennio di gestazione nascono, quasi contemporaneamente, il Partito e il Sindacato.

E tuttavia la preminenza e la guida del processo emancipatore, per un intero secolo (che si può emblematicamente far decorrere dal 1892/93 al 1992/93) è spettata alla seconda generazione del movimento ovvero ai figli (Partito e Sindacato) mentre la madre (Cooperativa) ha mantenuto un ruolo secondario e "collaterale", per quanto costante e importante per tutta la lunga fase.

Partito e Sindacato fornivano infatti forme più adatte ad affrontare le moderne condizioni: il primato della politica dentro uno Stato sempre più pesante e articolato, e il predominio del modello conflittuale–contrattuale nello svolgersi dello sviluppo produttivo e delle relazioni industriali.

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Gli eventi di questa fine secolo presentano tuttavia una situazione specularmente rovesciata; quasi un "ricorso" storico che tende a far rifluire il processo verso le proprie origini.

La crisi della prima Repubblica, basata sul sistema elettorale proporzionale e sul ruolo preminente dei Partiti di massa porta con sè l' esaurirsi del primato esclusivo della politica.

Diversi ambiti del pensare e dell' agire collettivo riacquistano una propria autonomia, spesso trasversale rispetto alle tradizionali appartenenze ed distinzioni politiche.

Si può discutere se, nelle attuali condizioni, i Partiti abbiano ancora un ruolo e quale: risulta tuttavia incontrovertibile la fine del modello di Partito di massa, del Partito–società, partecipativo e pervasivo, entrato in crisi irreversibile fra il 1989 e il 1994.

Analogamente, nella prima metà degli anni 90, cambia di fatto il ruolo e la natura del Sindacato: deindustrializzazione, obsolescenza del modello tayloristico, caduta dell' occupazione, metodo della concertazione, modifica della base associativa con forte presenza di lavoratori non più attivi, fanno regredire progressivamente ma stabilmente il modello conflittuale–contrattuale che aveva prevalso per un intero secolo.

Le colonne portanti di quel modello (es. intangibilità delle condizioni di miglior favore) risultano incrinate di fronte alle nuove contraddizioni, che non hanno più solo connotati di classe, rispetto ai non occupati, ai non garantiti, alla concorrenza (anche nel mercato del lavoro) internazionale.

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Al tempo stesso cambiano rapidamente e profondamente i connotati dell' impresa, a partire dalla composizione quali–quantitativa dei fattori della produzione.

La "qualità totale" ribalta gli assiomi della prima rivoluzione industriale. La risorsa umana, considerata non più soltanto "forza–lavoro" quantitativamente misurabile e mercificabile, acquista un nuovo rilievo.

Nuovi modelli partecipativi e collaborativi sostituiscono, in buona parte, lo schema conflittuale tradizionale. Il coinvolgimento e la valorizzazione delle persone, in un contesto di maggior mobilità e flessibilità, prendono il posto o almeno si affiancano alla contrattazione collettiva.

Non si dà il caso che , nel nuovo tipo di impresa, tornino attuali valori e concetti che erano riposti nei cassetti del vecchio Movimento cooperativo ?

Non si tratta forse di rivisitare e aggiornare, in un nuovo contesto di autonomia dalle tutele partitiche e senza timore reverenziale verso la contraddizione sindacale, le specificità dell' impresa cooperativa, le vecchie eredità e le nuove potenzialità ?

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2) "le imprese si trovano al momento attuale a competere su valori economici e di produttività, ma anche su valori immateriali: l' immagine, la qualità, la cultura d' impresa. La sicurezza aggiunge valore al prodotto/servizio delle imprese che non è di natura esclusivamente economica: un valore che si stabilisce nel riconoscimento di visibilità pubblica ovvero di responsabilità sociale dell' azienda nei confronti della persona" (F. Tulli, Personale e lavoro, Marzo 94)

Questa definizione, occasionata dalla necessità di dare attuazione al D.Lgs. 626, frutto di una direttiva europea in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro, abbraccia un ampio orizzonte di opportunità e prospettive, che si offrono all' impresa innovativa.

Succede infatti paradossalmente che, proprio nel momento del suo massimo e incontrastato trionfo, il Mercato esce, per così dire, dalla propria pelle.

Per competere di più e meglio sul mercato i competitori devono ricorrere a valori non mercantili, a "valori d' uso" che sfuggono in buona parte ad ogni contabilizzazione quantitativa, propria dei "valori di scambio".

Il bilancio di esercizio economico–finanziario non è più sufficiente.

Sicurezza, salute, qualità ambientale, solidarietà, cultura, responsabilità sul lungo termine, ecc. richiedono di essere valorizzate mediante un tipo particolare di partita doppia: il Bilancio Sociale.

Bilancio Sociale può essere pertanto considerato non più semplicemente il conto delle utopie di strane Aziende senza profitti, sopravvissute all' impero dell' ideologia, bensì la guida ed il sostegno per la quadratura del ben concreto e realistico bilancio economico e finanziario, fosse anche quello delle Società di capitali, purchè innovative !

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3) La diatriba ideologica fra i fautori del "mercato" invece che dello "Stato" (e viceversa), fra i paladini assoluti del "privato" piuttosto che del "pubblico" dovrebbe lasciare gradualmente il campo (malgrado qualche resistente sopravvivenza) ad un approccio più equilibrato ed articolato.

Un esame concreto, non ideologico e preconcetto, di queste grandi e generali categorie, mette infatti in luce un quadro molto variegato e persino contraddittorio.

Si può infatti distinguere un "pubblico" funzionale ed efficiente, un "pubblico" sociale e assistenziale, un "pubblico" assistenzialistico e parassitario, "un pubblico" occupato dal privato e – simmetricamente – un "privato" produttivo (la cui proprietà può essere più o meno diffusa o concentrata), un "privato" sociale, un "privato" speculativo, un "privato" assistito dal pubblico!

Risulta inoltre ben riconoscibile un terzo settore dell' economia e dell' organizzazione sociale in generale, a sua volta assai articolato: cooperative di utenti o consumatori, cooperative di produzione e lavoro, cooperative no–profit, associazionismo e volontariato variamente motivato e organizzato.

Questo accentuato pluralismo dell' iniziativa e dell' attività del "terzo settore" costituisce indubbiamente una ricchezza, capace di conferire flessibilità e movimento all' economia ed alla realtà sociale.

Non va tuttavia sottovalutato il pericolo, particolarmente in relazione alle attività che si sovrappongono almeno in parte alle funzioni essenziali dello stato sociale, di ricreare "giungle" più o meno corporative, oppure fittizi "doppioni" rispetto alle attività istituzionali ed ai servizi pubblici.

Soprattutto nella delicata materia socio–sanitaria e previdenziale, è importante assicurare che le prestazioni volontarie siano complementari, e non sostitutive (e forse nemmeno integrative?) rispetto ad uno Stato Sociale che va certamente ammodernato e cambiato ma non abbattuto, ne ridotto a mero "residuo".

D' altro canto anche in questo caso non bisogna sottovalutare la dimensione culturale, e non solo meramente materiale–economica, del problema. Ad esempio la tutela della salute quanto richiede in termini di prevenzione, formazione ed educazione (ancora una volta valori immateriali) piuttosto che in termini di prestazioni e presìdi curativi ?

Si pongono pertanto profondi problemi di riforma rispetto ai quali l' esperienza associativa e cooperativa può offrire importanti contributi, nel difficile ma non impossibile tentativo di "quadrare il cerchio" della democrazia politica, della solidarietà sociale e dello sviluppo economico, nel quadro della costruzione, che non può avere solo connotati monetari, della nuova Europa.

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(v. b.) – Giugno 1997