Discutiamo assieme il

Manifesto per la rinascita della sanità

 

promosso da nove personalità della medicina italiana

Mercoledì 10 marzo 2004 ore 20.30

Casa della Cultura

Via Borgogna 3, Milano

 

Presentano

Silvio Garattini Istituto Mario Negri Milano

Giuseppe Masera AO San Gerardo Monza – Università di Monza

Giuseppe Remuzzi Ospedali Riuniti Bergamo

Ne discutono

Luigi Andreoli (Medico di base Bergamo), Valentino Ballabio (ArcoResiste), Fiorenza Bassoli (Vice Presidente Consiglio Regionale), Giuliana Carenini (Senza Limiti), Fulvia Colombini (CGIL Milano), Enrico Corneo (Unione Samaritani), Valerio D' Ippolito (Dialoghi Necessari), Alfredo Ferappi(Dialoghi Necessari), Giovanni Figini (CGIL Medici Milano), Valeria Forti (Centro Diritti del Cittadino), Aldo Gazzetti (Esperto sanità), Pino Landonio (Autem Salute), Andrea Lanfranchi (Asvap), Alessando Liberati (Centro Cochrane Italiano, Università Modena), Ernesto Manera (Società Ed. Niguarda), Primo Maroni (Aima), Luigi Pozzi (Acfa), Fernando Vitale (Alsi).

Coordina

Ferruccio Capelli Casa Cultura Milano



Incontro organizzato da

Contributo di ArcoResiste

Il "manifesto per la rinascita della sanità" ha il pregio di aprire uno spiraglio dentro il "pensiero unico" che, almeno in Lombardia, presiede il "modello unico" di una sanità tendenzialmente mercificata ed aziendalizzata.

Questi recupera e rivitalizza infatti alcune idee portanti della Riforma del 1978, purtroppo mai divenute cultura diffusa, anzi a lungo denigrate e umiliate per tutto il ventennio del "meno Stato e più privato" e del "mercato" unico regolatore dei bisogni e dei consumi.

Il nucleo ideale della Riforma si basava infatti sulla distinzione tra la "salute" intesa come valore d'uso, diritto del cittadino e interesse della collettività, qualità della vita e dell'ambiente, e la "sanità" intesa come insieme delle prestazioni e delle strutture, ovvero valore di scambio economicamente quantificabile. Tale distinzione non deve far sottovalutare l'importanza della spesa e delle priorità economiche, bensì mantenere chiara la gerarchia tra i fini ed i mezzi: la salute è il fine, la sanità il mezzo, non viceversa.

Si tratta dunque di invertire la tendenza alla deriva privatistico–aziendalista–consumista, imposta dalla cultura di destra ma troppo spesso acriticamente accettata anche a sinistra, evitando tuttavia ritorni di carattere burocratico e corporativo, ovvero la faccia pesante e negativa che aveva messo in crisi il vecchio modello di stato sociale.

Nella presentazione del "manifesto" è stato infatti richiamato il concetto di "privato no profit", che credo possa coniugare bene le esigenze di semplificazione burocratica, rapidità delle decisioni, eliminazione delle incrostazioni parassitarie con le finalità che devono rimanere orientate esclusivamente al conseguimento dell'interesse pubblico.

Mantenere questo equilibrio tra mezzi e fini, tra efficacia della spesa e "benessere psico–fisico" dei cittadini, dovrebbe essere il compito della politica, un tempo pervasiva ed invasiva della sfera gestionale, oggi apparentemente espunta (almeno a livello locale, dove gli organi elettivi sono esclusi) e tuttavia onnipresente a livello regionale attraverso la lottizzazione dei manager e, a cascata, di gran parte della struttura.

Tuttavia anche la politica oggi non gode buona salute ed attende un risoluto risanamento! Mentre infatti si levano alti strepiti su beghe di palazzo e polemiche personalistiche, sulle opzioni di fondo e sulle scelte fondamentali perdura un silenzio tombale.

Vedi la scelta, assunta "in sordina" ma pesante di 500 milioni di euro, volta a stravolgere l'assetto della rete ospedaliera regionale, mettendo insieme la giusta esigenza di trasformare piccoli ospedali inefficienti e poco sicuri con l'assurda decisione di smobilitare e ricostruire strutture del tutto valide, attraverso operazioni immobiliari assai ambigue che mai potrebbero passare senza la "parola magica" capace di azzittire ogni, già per altro di per sé muta, opposizione.

La sottocultura berlusconiana delle "grandi opere", dal ponte sullo stretto in poi, seduce e tacita partiti ed istituzioni, incapaci di contrapporre la ben più utile e idonea cultura "della cura e della manutenzione", basata sul utilizzo ottimale dell'esistente e sull'investimento in formazione e motivazione del personale piuttosto che in appalti e affari immobiliari.

Certamente per ottenere questo occorrerebbe una forte innovazione culturale, che recuperi la dimensione umana nella sua interezza, evitando di considerare – come ha notato Umberto Galimberti – il corpo umano come semplice "materia prima" ed il paziente come strumento dell'attività sanitaria. Così come il territorio e l'ambiente devono essere stimati, e possibilmente rispettati e governati, nel loro insieme evitando l'anarchia ed il degrado che, soprattutto nelle metropoli, influiscono assai negativamente sulla qualità della vita di milioni di persone.

Marzo 2004