Ragionando, a distanza, di programmi e prospettive elettorali

CATTURA DEL VOTO E CONQUISTA DEL CONSENSO


Tornare a vincere! E' lo slogan che a sinistra si va ripetendo, con vago intento scaramantico, dopo le elezioni amministrative parziali di primavera che hanno finalmente mostrato qualche segnale di contro tendenza, e nel pieno di un' esperienza di governo del centro destra del tutto aberrante e deludente, si spera, anche agli occhi dei numerosi sedotti ed abbagliati. Temo tuttavia che non basti elevare al cielo due dita a V, se il gesto non è accompagnato da una seria valutazione critica e da conseguenti proposte e prospettive fondate.
Vincere in sequenza Provincia, Regione, Comune di Milano e oltre. Accettiamo pure l' ambiziosa sfida che peraltro ripercorre il preambolo machiavellico: i Principati se si hanno bisogna tenerli, se non si hanno bisogna prenderli, se si perdono bisogna riprenderli!
Tuttavia, in democrazia, un moderno Principe deve riconsiderare l' inversione di mezzi e fini. Conquistare e mantenere il governo è un fine di per sé oppure un mezzo per restituire in termini di buon governo la fiducia ottenuta dagli elettori? Purtroppo le odierne modalità di svolgimento delle campagne elettorali, e dell' azione politica in generale, fanno propendere per la prevalenza della prima ipotesi. Esse infatti mostrano una preoccupante regressione verso forme spregiudicate di cattura, e non di costruzione, del consenso.
Permettiamoci una breve digressione antropologica. Nella preistoria della sua evoluzione l' umanità ha attraversato una fase primitiva, nella quale provvedeva al suo sostentamento mediante la caccia di animali e la raccolta di frutti offerti spontaneamente dalla natura, che erano ghermiti appena capitavano a tiro mediante clave o lacci rudimentali, o acchiappati a mani nude. Ad un certo punto però, dopo lunga incubazione, subentrò la scoperta dell' agricoltura, ovvero di una metodologia più meditata ed elaborata che prevedeva una ben definita successione di precise fasi di attiva preparazione e paziente attesa. Arare, concimare, seminare, annaffiare, costruire attrezzi, pregare per la pioggia, aspettare e finalmente raccogliere. Tale passaggio comportò, come è noto, la nascita e lo sviluppo delle grandi civiltà che hanno lasciato traccia indelebile nelle successive tappe dell' evoluzione umana.
Ebbene la politica in Italia, nell' ultimo decennio, ha seguito il percorso inverso. Se i Partiti hanno agito nel corso di un secolo (quasi esattamente dal 1892 al 1991) svolgendo un paziente e lungo lavoro di elaborazione, educazione, formazione, selezione, organizzazione a livello di massa, del tutto assimilabile all' opera dell' agricoltore, oggi invece sempre più spesso si scatenano in battute venatorie col fine di "catturare" i voti qui e subito, con ogni mezzo e ad ogni costo. Programmi e ragioni vengono ignorati o usati in termini puramente strumentali. Gli elettori sembrano ridotti a prede da esibire come trofeo al "tavolo" di contrattazione riservato a Segretari e Segreterie. Le Istituzioni sono considerate entità de occupare, anziché da riformare, tenuto conto che indennità e benefici per i rispettivi titolari sono intanto lievitati a livelli non più marginali. Inoltre non si arresta la tendenza ad ampliare il carniere: gli Assessori della Provincia di Milano sono passati in pochi anni dapprima da 8 a 12, e poi a 16, mediante modifica statutaria votata all' unanimità tranne un voto! Inoltre la stessa si appresta a generarne per partenogenesi un' altra nuova di zecca, con relativo seguito di posti politici e burocratici!
Allora la grande civiltà agricola è perduta per sempre? Si è conclusa un' età dell' oro, da rimpiangere nostalgicamente? Oppure la politica può ancora riconciliarsi con la coltura (e con la cultura, che non a caso svela la medesima radice)? Non disperiamo, ed intanto vediamo se si può ragionare su proposte e prospettive programmatiche di qualche validità. Proviamo, nel nostro piccolo, a indicare due ipotesi di lavoro.

PRIMA IPOTESI
Senza aspettare l' imminenza delle elezioni provinciali (poiché allora verrà obiettato che "è tardi") perché le forze che si richiamano al centro sinistra, magari stimolate dai soggetti che un anno fa promossero il "referendum sul traffico" (poi finito in burla), non ripropongono una simile meritoria iniziativa con gli stessi contenuti ma questa volta finalmente nella sede giusta, ovvero nella dimensione metropolitana? Tecnicamente sarebbe possibile in base all' art. 12 dello Statuto Provinciale. Politicamente sarebbe opportuno, infatti:
1) l' area omogenea della nube inquinante, allorché scatta l' allarme polveri, copre quasi esattamente il territorio della Provincia di Milano. Parlo di quello attuale, Monza e Brianza comprese, in quanto questo è di fatto il bacino critico minimo del traffico e della mobilità, e sarà piuttosto improbabile che il micidiale aerosol ivi prodotto rispetti l' "autonomia amministrativa" invocata dagli illusi fautori della nuova Provincia.
2) inoltre la mobilità di massa riguarda proprio questo ampio territorio e certamente scavalca i confini amministrativi del Comune di Milano, tanto è vero che gli studiosi di sociologia urbana utilizzano questo concetto proprio per definire le famose "aree metropolitane" (aree in cui avvengono spostamenti di persone quotidiani di massa). Gli autori dell' inquinamento vanno pertanto coinvolti a pieno titolo, anche perché, oltre al gas, producono lavoro e reddito, e non possono essere considerati intrusi provenienti da lontane steppe che invadono la nobile cinta muraria, da proteggere con unilaterali divieti o balzelli. I due terzi dei responsabili del problema, e potenziali beneficiari della sua soluzione o perlomeno attenuazione, non possono dunque essere privati del diritto di voto, che rimane legato alla residenza anagrafica e non alla sede effettiva delle concrete attività. Diritto di voto oggi referendario e, un domani, politico– amministrativo qual' ora il dettato costituzionale che istituisce la Città metropolitana venisse, apriti cielo!, attuato. Allora la giusta battaglia per l' ambiente e la salute si salderebbe con una legittima rivendicazione di diritti, a partire da un elementare diritto di cittadinanza metropolitana che oggi non è per niente tutelato dall' attuale Provincia, ente troppo debole e quasi inutile.

SECONDA IPOTESI
Senza aspettare l' imminenza delle elezioni comunali di Milano (poiché allora verrà obiettato che "è troppo tardi") perché non si considera l' obbiettivo di dare alle periferie, allo scopo di affrontarne alla radice i ben noti problemi, non tanto un manager o qualche progettista di grido come si è talvolta inutilmente tentato, non un' assemblea priva di esecutivo ovvero di poteri reali, bensì un Sindaco, eletto dai cittadini dei quartieri interessati e direttamente responsabile verso di essi? Anche qui viene in soccorso la Costituzione, così come modificata nel titolo V° e confermata con referendum popolare, ed anche un buon disegno di legge recentemente presentato in Parlamento (primo firmatario il Sen. Pizzinato). Se si considera infatti che la "Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato" (Art. 114 comma 1) è facile verificare che i Consigli di Circoscrizione si trovano fuori dall' ordinamento costituzionale, che nessuna autonomia statutaria può stravolgere. A meno che questi ultimi non si trasformino in vere e proprie Municipalità, del tutto assimilabili ai Comuni, e parallelamente chiudano i battenti i Palazzi Marino e Isimbardi per dar luogo ad un' unica istituzione metropolitana, finalmente dotata di rappresentanza generale per gli affari strategici e strutturali, sussidiaria rispetto alle autonomie comunali, deputate invece ai problemi locali e gestionali.
E' infatti proprio a questo livello che si manifesta la carenza politica e amministrativa di cui soffrono le periferie di Milano, in misura ben maggiore rispetto ai Comuni dell' Hinterland, spesso assai simili per composizione sociale e caratteristiche territoriali, ma ben più attrezzati ed evoluti sul piano dei servizi, del verde pubblico, della sicurezza, della partecipazione ed aggregazione sociale. Eppure il punto di partenza, negli anni 60 e 70, era di maggior svantaggio per i secondi, cresciuti attraverso la proliferazione di squallidi e anonimi "quartieri dormitorio". Se hanno rimontato la china, spesso assai brillantemente, è soprattutto in virtù degli stimoli reciproci, della costante retro–azione positiva intervenuta tra cittadini e amministratori vicini, immersi nella realtà locale. Ebbene, questo diritto è negato ai milanesi, soprattutto periferici, i quali ben difficilmente hanno il bene di parlare con un Assessore, e soprattutto di riparlaci, perché certamente una volta sola non basta per risolvere il determinato problema o l' annosa questione. E' assicurata invece la cronica frustrazione dei Consiglieri di Circoscrizione, impegnati a giocare al Parlamento dentro pletoriche assemblee e ridondanti commissioni, ma privati di un bilancio vero e degli strumenti esecutivi utili.
Vuole la sinistra restituire il diritto ad un' amministrazione effettivamente locale anche ai cittadini milanesi, rovesciando finalmente il conglobamento imposto dal fascismo alle varie Lambrate, Baggio e Musocco? Anche al costo di mettere in discussione il Sacro Palazzo Marino, santuario inviolabile ed ombelico del mondo?

Altre ipotesi potrebbero naturalmente ancora venire avanzate. Ma la sinistra è disposta ad affrontare per tempo una discussione di merito? A scuotere le perduranti inerzie che inducono a galleggiare sull' esistente. A riappropriarsi del tema della riforma e dell' innovazione invece di concederlo alle snaturanti intenzioni della destra. Eppure, per ribaltare le sconfitte sarebbe ragionevole non ripercorre le vecchie strade, bensì cercare di spostare il terreno del confronto e dell' iniziativa. Imporlo, anziché subirlo. Oggettivarlo anziché personalizzarlo nella vana ricerca del candidato superdotato. Prima che sia davvero tardi.

Valentino Ballabio

Ottobre 2002