LOTTE TITANICHE TRA AMMINISTRATORI DI CONDOMINIO




La recente campagna elettorale per le elezioni amministrative parziali ha riproposto epiche sfide "bipolari" fra super–candidati e coalizioni al seguito, ma ha trascurato – come ormai da tempo avviene – i valori di fondo e le scelte programmatiche basilari che fanno, o dovrebbero fare, la differenza fra (centro)destra e (centro)sinistra.

Se negli anni ' 70 le "Giunte rosse" si erano caratterizzate per il deciso impegno rivolto alla pianificazione del territorio e per l' attiva partecipazione alla costruzione di un moderno Stato sociale; e se negli anni ' 80 le "Giunte anomale" avevano prefigurato il rigore di Mani pulite ed il fervore del primo Ulivo, oggi francamente si fatica a comprendere quali siano i tratti distintivi delle attuali Amministrazioni di centro–sinistra, quantomeno nella nostra realtà lombarda.

Una prima ragione di tale omologazione di fatto può essere individuata nella qualità della politica, così come viene oggi predicata e praticata. Politica e amministrazione pubblica paiono infatti disposte ad occuparsi soltanto del "qui ed ora", dimenticando che "pensare globalmente ed agire localmente", lucido lascito della miglior cultura dello scorso secolo, conserva intatta la sua validità e rappresenta la prima sfida per un amministratore locale. Infatti la tentazione di pensare, e non solo agire, localmente è sempre in agguato, anche in Comuni di grandi dimensioni, tanto più in una situazione complessiva in cui sembrano smarrite le coordinate generali.

L' ideologia è stata messa al bando, ed altrettanto ogni forma di pensiero "forte", che abbia carattere sistematico e coerente. Il rischio è pertanto aggravato: pensare localmente e debolmente.

In queste condizioni i "programmi" si riducono ad aridi elenchi di generici titoli, spesso fittizi ed incoerenti, trascurabili rispetto alle questioni ritenute serie ed importanti: l' immagine del candidato e la contrattazione delle postazioni di potere e sottopotere. Proposte e prospettive risultano dunque in sottordine, e quando compaiono, tanto provenienti dal centro(destra) che dal centro(sinistra), tendono a sovrapporsi ed a confondersi, dando luogo ad una sorta di pensiero unico, oltre che locale e debole! In questo contesto si inserisce il caso limite di Cologno Monzese, dove l' intercambiabilità delle maggioranze politiche è stata disinvoltamente dimostrata e praticata.

Quali potrebbero essere invece, a mio modesto avviso, alcune idee–forza capaci di caratterizzare una rinascita del centro–sinistra a partire dal basso, dalla dimensione comunale? Che al tempo stesso abbiano valenza di merito, non soltanto metodologica quale gli imparaticci "bilanci partecipati", utili certo a raccogliere bisogni ed esigenze, ma non ancora a indirizzare le risposte e le opzioni essenziali. Ne indico alcune schematicamente ed a titolo do esempio:

- Politica del territorio. La vicenda del Piano Provinciale di Coordinamento, mancato dal Centro Sinistra, anche per l' opposizione dei Sindaci del medesimo segno; invece in via di approvazione da parte del Centro Destra, perché non pianifica ma recepisce passivamente gli strumenti locali, con l' imbarazzo dell' attuale opposizione, è illuminante. Il risultato di tale miopia oltre i confini amministrativi consiste nella prosecuzione ad oltranza della "deregulation di vasta area" che poi tutti scontiamo in termini di traffico, congestione, degrado urbano, inquinamento. La giusta conquista dell' autonomia locale è troppo spesso degenerata nella concezione (leghista) del comandare in casa propria, a prescindere dal contesto e senza alcuna visione d' insieme. Non sarebbe invece il caso di rivendicare un Piano Territoriale vero, che disciplini i pesi insediativi prevedendone le relative infrastrutture, vincoli il verde residuo, riordini il sistema della mobilità, anche al costo di una parziale "cessione di sovranità" rispetto ai poteri comunali?

- Cultura "civica". Il Comune spesso dimentica di essere il portatore dei valori ed il difensore dei beni comuni. L' idea egemone della supremazia del privato, per cui il proprio appartamento deve essere lucido e curato ma il marciapiede e l' aiuola pubblica possono essere ricettacolo di rifiuti; la propria auto potente e veloce ma i mezzi pubblici inevitabilmente inefficienti ed in ritardo, non è sufficientemente contrastata sul piano della cultura diffusa e del senso civico, magari attraverso azioni positive ed esemplari. Se il Comune rinuncia per primo a coniugare azione amministrativa e consapevolezza civile e culturale, ovviamente plurale e partecipata, la scelta dell' amministratore si riduce a fatto tecnico ed efficientistico; ed a quel punto può essere che convinca di più un Albertini, il quale perlomeno dà l' impressione di arrivare puntuale in ufficio alle otto e mezza di mattina.

-Apparato pubblico. Le "Leggi Bassanini", che hanno avuto sulla pubblica amministrazione un po' lo stesso effetto dell' invenzione della macchina a vapore sul modo di produzione pre–industriale, hanno suscitato reazioni di due tipi, entrambe a mio avviso sbagliate. Da una parte una risposta misoneista e "luddista": l' esistente va conservato tout court, l' innovazione è di per sé, e non per il suo uso capitalistico, perversa. Dall' altra parte l' accodamento alle interpretazioni messe in atto dalla destra, mediante scorciatoie decisioniste, scavalcamento delle assemblee elettive, enfatizzazione della sussidiarietà orizzontale (verso i privati) in luogo di quella verticale (fra pubbliche istituzioni). A nessuno viene in mente che la stessa macchina potrebbe essere utilizzata diversamente, per sviluppare obbiettivi d' interesse pubblico con strumenti meno antiquati di quelli tradizionali di matrice burocratico–militare? Una lettura "di sinistra" della nuova normativa sarebbe invece possibile a patto che fosse accompagnata da una nuova pregnante cultura di governo, alternativa al laisséz faire corrente e all' arbitrio degli esecutivi e dei funzionari, cosa sulla quale lo stesso Bassanini alla fine pare aver gettato la spugna.

- Città metropolitana. Così come negli anni ' 60 il primo Centro Sinistra, con il pieno sostegno del PCI, sviluppò un' aspra e vincente battaglia per l' applicazione del dettato costituzionale relativo all' istituzione delle Regioni (bloccate per un ventennio dal centrismo; non a caso Scelba aveva definito la Costituzione una trappola!) oggi i vari riformisti dovrebbero battersi affinché la modifica del Titolo V° della Costituzione, confermata con Referendum popolare, divenga un obbiettivo politico. La riforma degli strumenti istituzionali risulta infatti condizione per svolgere politiche territoriali, ambientali e sociali significative e alternative alla subalternità ai poteri forti nonché alla "mano invisibile" del mercato! A meno di considerarli soltanto preda di più o meno cruente battute di caccia elettorali, da catturare e occupare piuttosto che cambiare. Cosa che si addice per altro ai non pochi sedicenti riformisti, in realtà conformisti.

Valentino Ballabio

Giugno 2002