Questione morale e/è questione politica

di Valentino Ballabio

 

La periodica esplosione di sconcerto e indignazione che accompagna il frequente succedersi di episodi corruzione e malversazione da parte di esponenti dei pubblici poteri, emersi sempre e soltanto in base a risvolti penali, lascia altrettanto normalmente il tempo che trova.

Di fatto resta in sospeso, in un clima di assuefazione e progressivo venir meno della fiducia nella rappresentanza democratica, la domanda sottesa: la questione morale è tuttora questione politica?

Chi ha attraversato la stagione berlingueriana senza pentirsi non dovrebbe avere dubbi. Infatti i concetti di "senso dello Stato" e di "interesse collettivo", irrinunciabili per guidare una processo politico democratico e di sinistra, risultano deboli e offuscati se si prescinde da categorie di pensiero nette e rigorose.

Vengono allora in soccorso le lungimiranti intuizioni circa la "etica laica" di Piero Gobetti e lo "spirito pubblico" di Antonio Gramsci, per il quale inoltre il Partito ovvero il "moderno principe" è "banditore della riforma intellettuale e morale".

Gramsci collega indissolubilmente l'aspetto etico con quello culturale, inteso come portato della cultura di massa, del senso comune, Che non è dato di per sé ma mediato da intellettuali “intermedi” promotori del “consenso”, forgiato da una classe egemone. La direzione intellettuale e morale precede e condiziona l'azione politica.

Pertanto la rivoluzione, o evoluzione, politico-statuale deve essere accompagnata dalla conquista delle “casematte” civili e culturali, soprastanti il contesto economico e materiale del conflitto sociale.

I che non significa disconoscere il valore dell'autonomia della politica, che deve giustamente rifuggire l'appiattimento sulla morale, o addirittura sulla religione. Altrimenti cadiamo nello "Stato etico" o persino nello "Stato teologico" che purtroppo trova ancora oggi ferventi sostenitori. Non solo nelle teocrazie dichiarate, ma persino nei movimenti teo-con peraltro irradiati proprio dagli Stati uniti d'America, vantata culla della moderna democrazia!

Viviamo nella patria di Machiavelli che per primo riconobbe le ragioni proprie della politica, distinte dalle false coperture moralistiche. Tuttavia i mezzi spregiudicati (il Principe deve "simulare e dissimulare", “usare la golpe ed il lione”, ecc.) sono messi a servizio di un fine eticamente valido ("il bene dello Stato") non del potere fine a se stesso.

Poi si può disquisire nel merito circa il “bene dello Stato”, ma vale il principio che l'esercizio del potere è un mezzo, non un fine; non è fine a se stesso, autoreferenziale - come si dice oggi – quando non finalizzato a interessi particolaristici, persino familistici e personali.

Altrimenti il primato assoluto della politica, il "totus politicus" di stampo giacobino, porta alla distorsione uguale e contraria: la convinzione che il potere politico possa prevaricare giustizia, garanzie, regole, anche in democrazia mediante un'impropria "dittatura della maggioranza".

Vale allora la lezione di Norberto Bobbio che riconosce un rapporto di autonomia senza separazione, di reciproca feconda influenza tra etica e politica.

No allo Stato etico che le identifica e no alla "cieca prassi" del potere che le estranea. Si alla "etica pubblica" ovvero alla politica orientata ai valori ed ai principi fondamentali della Costituzione, non sottomessa al sistema di potere ed all'intreccio con traffici ed affari più o meno leciti.

Anche nella concezione sociologica di Max Weber la contraddizione dialettica tra “etica dei principi” ed “etica della responsabilità” può trovare sintesi in una politica che sappia compiersi con “passione e discernimento”.

Il citato Machiavelli è tuttavia causticamente ripreso dal Guicciardini, teorico dello scetticismo opportunista nonché della cinica indifferenza tra “Franza e Spagna”, che vuole riportarlo spietatamente alla “realtà effettuale” dei propri tempi.

Proviamo allora per gioco a rovesciare l'immaginario che nel film di Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere” proietta la coppia di amici-nemici nell'Italia rinascimentale, intenti nel fallace esperimento di modificare il corso della storia.

Immaginiamo che la coppia di amici-nemici Machiavelli-Guicciardini riviva il presente: la nota disputa potrebbe pertanto attualizzarsi più o meno così! Machiavelli ammonirebbe i vari “duca Valentino” che popolano il panorama partitico-politico-istituzionale contemporaneo con il richiamo alla “virtù degli antichi” ovvero, oltre che ai già citati Gobetti e Gramsci, gli interi gruppi dirigenti dei partiti del CLN, protagonisti della Resistenza ed autori della Costituzione repubblicana.

Ma il fantasma di Guicciardini avrebbe buon gioco a rinfacciargli la pretesa che l'attuale ceto politico possa recuperare la statura morale e culturale dei padri costituenti: sarebbe come esigere che “un asino faccia il corso di un cavallo”!

Ci troviamo allora avviluppati in una spirale perversa? Nella dannata ipotesi che il ceto politico attualmente occupante partiti e istituzioni sia strutturalmente negato a fuoriuscire da un debilitato “stato di cose presente”?

Per altro la questione non riguarda solo la politica in senso stretto, bensì la classe dirigente nel suo complesso. Si pensi solo allo stato dell'informazione giornalistica, asservita alla narrazione dominante, spesso accantonando onestà intellettuale e pure deontologia professionale!

Inoltre la evidente involuzione della pratica democratica, viene a poggiare sul substrato di una “società liquida”. Difficile riconoscere le basi materiali di rappresentanze politiche “solide e strutturate”, come di recente invocato dal residuo ideologo PD Gianni Cuperlo, in un contesto paludoso, ove imperversano voraci alligatori, privo, con la fine delle ideologie, di sentieri sicuri e orientati.

Lo spartiacque è rintracciabile negli anni '80, al volgere del “secolo breve”, con il venir meno della generazione della guerra e del dopoguerra, della Resistenza e della ricostruzione, che non a caso è stata definita “irripetibile”.

La traiettoria della storia patria è allora ben rappresentata dalla parabola del PCI, definito da Pier Paolo Pasolini, ancora alla metà degli anni '70 come “una società sana dentro una società malata”. Dunque una società prima che un partito!

Il riferimento alla “diversità” del PCI parte dunque dalla base, dal mondo della solidarietà e della militanza nelle sezioni, nei quartieri urbani come nei borghi, nelle cellule di fabbrica e nelle organizzazioni di massa!

Attivismo e il proselitismo motivano migliaia di militanti, ed anche semplici simpatizzanti, alla partecipazione ed alla condivisione di una missione collettiva vissuta come storica. Alimentando un'estesa e coinvolgente discussione, a cominciare dai “problemi minuti della gente”, come aveva suggerito Togliatti, sino alle grandi questioni nazionali e internazionali.

Enrico Berlinguer è l'interprete e la guida di questa fase straordinaria, che trova il suo apice negli anni '70, malgrado le insidie dell'estremismo e le tragedie del terrorismo, e si traduce in una vera egemonia che porta, nonostante la permanente esclusione dal governo, ad una serie fondamentale di conquiste e riforme sociali e civili, alcune ancora sopravvissute altre svuotate e rovesciate dagli anni '80 in poi

Ed è tuttavia proprio da Milano che, nella seconda metà degli anni '70, parte la controffensiva. Da qui Bettino Craxi aizza e poi cavalca l'onda anticomunista, rovesciando l'impostazione etico-politica di Berlinguer.

Paradossalmente tale svolta è anche “anti-socialista”, secondo l'accezione sino ad allora riservata al termine, contraddice principi e valori in nome di una prassi di conquista ed esercizio del potere ad ogni costo. Il “totus politicus” emerge con prepotenza, la coerenza etico-ideologica viene irrisa e accantonata, sostituita dal legame con talvolta opachi poteri forti, economici e non solo.

A Milano pertanto avviene il battesimo di una nuova fase politica che, complice il mutamento del contesto internazionale, avrà dagli anni '90 (superata la parentesi di Mani pulite) la fastosa celebrazione della “seconda repubblica”.

La politica, abbandonata l'etica, abbraccia il mercato. Sciolti i partiti storici, i nuovi si assimilano a ditte ed aziende, la propaganda si adegua alla pubblicità commerciale, la comunicazione diventa esibizione, la selezione dei quadri obbedisce alla legge mercantile: “la moneta cattiva scaccia quella buona”!

Ma tornando a Milano e dintorni bisogna ammettere che l'auto-elogio del PCI quale partito diverso e irreprensibile, deve fare un passo indietro. Il modello craxiano fa breccia in una parte consistente del quadro dirigente e intermedio. Lo stile spregiudicato e decisionista genera invidia e tentativi di imitazione.

La prima conseguenza intanto è l'obbligo unilaterale di alleanza negli enti locali e strumentali, che genera una proporzione inversa tra consenso elettorale e potere reale, una spirale perversa foriera di una irreversibile degenerazione.

La sottaciuta impazienza verso il pensiero e l'azione di Enrico Berlinguer, orientate a indicare un diverso modello di sviluppo economico e sociale insieme ad una concezione alta e onesta della politica, diventa esplicita, insieme ad una conduzione talvolta faziosa ed autoritaria della federazione milanese.

Emerge la corrente, presto divenuta dominante negli organi dirigenti, autodefinitasi ottimisticamente “migliorismo”.

Non mancarono le resistenze di una parte del quadro attivo, e da una larga base ancora partecipe e impegnata. Prova ne sia, tra le altre, la formazione controcorrente di diverse “giunte anomale” nei comuni della provincia, motivate dalla ribellione verso l'acquiescenza ai metodi spregiudicati e abusivi dell'alleato socialista.

Qui al confine abbiamo, ad esempio, la città che nel 1987 realizzò la anomalia massima, unendo un'inedita maggioranza PCI-DC con sindaco comunista, mettendo all'opposizione un PSI che grazie a metodi clientelari e corruttivi aveva raggiunto il 34% (14 consiglieri su 40 in consiglio comunale)!

Per inciso ciò ha paradossalmente salvato tutta la classe politica di Cologno Monzese, socialisti compresi, dalle grinfie di Mani pulite, che nel '92 trovò alquanta carne al fuoco senza dover risalire a cinque anni prima!

(Salvo l'epilogo tragicomico dell'ultimo sindaco socialista cooptato, 25 anni dopo, in una giunta PD e arrestato in flagrante con la tangente in mano!)

Il sussulto legalitario ed anche giustizialista (la rivoluzione non è un pranzo di gala) innescato dall'arresto del Mariolo, ha rappresentato comunque l'opportunità di una possibile svolta etico-politica, presto soffocata e contraddetta da un rapido Termidoro, da una pronta ricomposizione del tessuto profondo del paese reale e amorale.

Con la dissoluzione dei partiti storici, e con l'esaurimento del movimento d'opinione che aveva sostenuto l'effimera bandiera delle “mani pulite”, si ricade dalla padella craxiana alla brace berlusconiana.

Questa volta per altro con una opposizione debole, talvolta degenerata in larvata acquiescenza. Su questo tasto mi sono permesso di dissentire anche dalla minoranza che si era coraggiosamente opposta alla svolta di Occhetto, e tuttavia in occasione del congresso “bulgaro” del '96-97 approvò le tesi di D'Alema che avevano ridotto a tre righe su quaranta cartelle proprio la trattazione della questione morale!

Da lì il mio abbandono della politica attiva mentre a Milano prendeva avvio l'irresistibile ascesa del compianto Filippo Penati, nonché - nell'ombra - del sodale Antonio Panzeri, sopravvissuto fino alle odierne cronache...

Poi è storia recente, con la definitiva divaricazione tra questione politica e questione morale, la prima sempre meno morale e la seconda sempre più impolitica!

 

(febbraio 2023)