Carta rifondativa per le province 2.0

(pubblicato il 25 Gennaio 2017)

 

Per una revisione funzionale dell'ordinamento locale ed intermedio alla luce della riconfermata Costituzione

L'ampio consenso espresso per la conferma del vigente testo costituzionale impone alla politica un impegno rinnovato verso un suo pieno compimento, uno sforzo di coerenza - nella legislazione ordinaria e nelle politiche attuative – con i principi e le regole che hanno riacquistato nuovo vigore dal perentorio intervento della sovranità popolare.

Limitando la presente riflessione-proposta alla questione delle Province, sacrificate con superficialità e demagogia da pressoché tutto lo schieramento partitico e depotenziate dalla legge Delrio, si impone una riflessione critica per un nuovo inizio, una svolta netta rispetto alla fase declinante che ne aveva contrassegnato le alterne ed incerte sorti negli ultimi decenni.

Per esprimere in estrema sintesi le ragioni critiche e formulare in positivo alcune proposte, proviamo a indicare in quattro punti i principali filoni su cui concentrare la discussione ed un auspicata azione delle forze politiche e del Parlamento.

Ridurre il numero

In parallelo con l'ipocrita e prolungata campagna abolizionista multipartisan si è  sviluppata la più campanilistica ed opportunista proliferazione di nuove mini-province (solo nell'ultima infornata ne sono nate tre: una senza territorio, l'altra senza abitanti, la terza senza capoluogo perché ne ha tre!).

Vanno evidentemente ricomposte; così come diverse province originarie i cui confini furono definiti quando l'unità di misura era la raggiungibilità del capoluogo in una giornata a cavallo.

In Lombardia è possibile supporre un dimezzamento delle 12 attuali mediante la seguente ipotesi:

per un totale di sei/sette.

Restituire l'elezione diretta

L'espediente per non pagare il prezzo dell'avventata campagna abolizionista alla scadenza dei mandati 2014 si è trovato mediante l'abolizione dell'elezione diretta e la sua sostituzione con la designazione di organi di secondo livello, di fatto “nominati” dai partiti o da accordi tra di essi.

Un rimedio peggiore del male, similmente alla sorte del Senato rifiutata dal voto popolare. Con la differenza che mentre per le Camere di dibatte su una difficile e controversa legge elettorale, per le Province preesisteva un'ottima legge elettorale (proporzionale con premio di maggioranza come per i Comuni ma, a differenza di questi, collegi uninominali invece delle preferenze) mai messa in discussione.

Sarebbe pertanto facile ripristinarla, superando l'assurda situazione attuale in cui, ad esempio, i consigli ed i presidenti dei Municipi milanesi (sconosciuti all'Ordinamento) sono eletti direttamente mentre gli organi di Città Metropolitane e Province (enti “costitutivi la Repubblica”, art. 114) no!

Definire poche precise funzioni ma con poteri effettivi e cogenti

L'elasticità e fluidità delle funzioni, spesso sovrapposte “a matrioska” con quelle dei Comuni da un lato e delle Regioni dall'altro, nonché in parallelo con altri enti ed agenzie, hanno portato – spesso non senza ragione – a sostenere la “inutilità” delle province e la necessità di una semplificazione dei processi decisionali ed attuativi. In effetti conflitti di competenza e rimpalli di responsabilità (ultimo episodio il tragico crollo del ponte sulla superstrada 36) sono una piaga della pubblica amministrazione.

Dunque su questo punto non è sostenibile la condizione passata, ed ancora attuale, bensì occorre una severa e decisa svolta: sovviene in proposito l'art. 118 Cost. che enuncia tre principi: sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza.

Se pertanto tutto il campo dei servizi alla persona e attività gestionali (compresa perché no l'edilizia scolastica secondaria superiore) dovrebbe competere ai Comuni, almeno tre materie risultano riservate, per adeguatezza e differenziazione, al governo di “area vasta”: territorio, mobilità, ambiente.

Basterebbe una Giunta di tre assessori! Ed un Consiglio rappresentativo ed autorevole in grado di definire un Piano territoriale di scala, una gestione integrata della mobilità, politiche ambientali coerenti – attenzione! - vincolanti per i Comuni. Concetto blasfemo nell'Italia dei diecimila campanili, dove anche unioni e fusioni sono state affidate ad una disordinato “fai da te”.

Ma basterebbe riflettere sul fatto che la crisi presente trova in gran parte origine dal combinato disposto tra avidità ed avventurismo del sistema finanziario-bancario ed anarchia delle politiche edificatorie comunali, per convincersi che, meglio tardi che mai, bisogna cambiare.

Cessare di eludere la questione metropolitana

Per quanto sopra la Città Metropolitana non differisce dalle normali Province, e tuttavia presenta una sostanziale differenza per sua natura: quella appunto di dover essere una città. Se infatti per le province è normale e naturale riferirsi ad un capoluogo, questo diventa illogico e innaturale per una città. Una città capoluogo di città non è data, tranne che si voglia proseguire nella finzione di chiamare città metropolitana una provincia mascherata (e per di più debilitata nelle condizioni attuali).

Mentre un ordinamento razionale e semplificato prevederebbe un solo livello intermedio tra locale e regionale, nel caso milanese ci troviamo di fronte a tre livelli (sempre ammesso che il decentramento dei Municipi non nasconda un'altra finzione). C'è un livello di troppo.

Qui si apre la sfida vera: Milano ha il coraggio e la lungimiranza di uscire dalla doppia finzione, di aprire la città legale (quella di notte, dei residenti anagrafici) alla città reale (quella di giorno, dei cittadini attivi che quotidianamente ne usano servizi ed opportunità ma sopratutto vi producono valori materiali ed intellettuali)? Questi ultimi sono cittadini di fatto e non di diritto, ma un uguale diritto di “cittadinanza metropolitana” è la precondizione necessaria per una città effettivamente tale.

Se passa questo concetto le modifiche istituzionali e amministrative risultano conseguenti: il Comune di Milano deve devolvere le funzioni di base a Municipi autonomi, analoghi alle medie città dell'area e protagonisti dell'autogoverno delle periferie, e concentrare le funzioni strategiche in una Città metropolitana che abbia la dignità di una Grande Milano. Compiendo un percorso storico che ha saputo ampliare il propri confini almeno tre o quattro volte nella storia, dai Visconti in poi.

Utopia? L'alternativa è continuare a galleggiare nel “rito ambrosiano”, che certamente ha avuto i suoi fasti ma oggi stride con un rito europeo accettato e consolidato ormai da decenni.

Per quanto esposto la vigente legge Delrio risulta evidentemente superata e incompatibile.  Ma ogni nuova legge, pur coerente alla lettera con la Costituzione, non si dà senza una presa di coscienza del ceto politico-amministrativo all'altezza della sfida attuale attinente la qualità della politica e la saldezza della democrazia.

Valentino Ballabio