Milano comune e metropoli: il più sta nel meno
(pubblicato il 16 Settembre 2015)

Il bicameralismo perfetto sancito dalla Costituzione originale derivava da un principio del diritto canonico: la “doppia decisione conforme” ovvero quattro occhi vedono meglio di due. Facoltà che sarebbe tanto più utile oggi allorché Camera e Senato si ritrovano nella condizione dei due carabinieri che, secondo la nota bonaria ironia popolare, girano sempre in coppia perché uno sa leggere e l'altro scrivere. Ora invece si prospetta un sistema bicamerale imperfetto: la ex “camera alta” sopravviverebbe (eletta in secondo grado o meno, a seconda degli oscillanti equilibri pd) però come soggetto diversamente abile rispetto al corrispondente normodotato di quella “bassa”.

Così va il corso delle riforme istituzionali a capocchia la cui madre rimane comunque la “legge Delrio” i cui effetti sono già in atto e dunque effettivamente valutabili. Nata con l'intenzione di abolire le province in realtà le ha confermate tutte, comprese le più improbabili proliferate nella fase euforica della seconda repubblica. Eliminate solo l'elezione diretta e la limitata remunerazione di amministratori “a scavalco”; depotenziate strutture e funzioni, organici e bilanci. Debilitato dunque il profilo politico dell'ente intermedio, a fronte di una realtà comunale pletorica e dispersa poco corretta da casuali fusioni ed unioni volontarie (escluso i grandi comuni di cui poi si dirà), si rafforza così il centralismo statale e regionale. Il “principio di sussidiarietà” verticale, proclamato ma non attuato dalla riforma costituzionale del 2001, viene di nuovo rovesciato.

Per altro la incerta prospettiva delle più titolate e popolate grandi città italiane, candidate a fregiasi del prestigioso titolo di “metropolitane”, non può essere imputata solo alla responsabilità dell'ex sindaco di una media cittadina emiliana . Intanto i sindaci ed i presidenti delle grandi Province (Penati a Milano e Renzi a Firenze, tanto per citare due casi) non si accorsero che le rispettive aree metropolitane venivano menomate di porzioni decisive di territorio, economia e società surrettiziamente sottratte rispettivamente da Monza e da Prato? E con che impudenza l'intera classe politica interessata ha accettato di identificare le “città metropolitane” con i residui mutilati delle vecchie province, mortificate e destinate al ruolo di capro espiatorio nella vicenda della casta e dei costi della politica?

Ma ecco che abolita l'elezione diretta delle province (che peraltro funzionava con un'ottima legge, simile a quella comunale ma con i collegi uninominali invece delle preferenze), ed in attesa di altrettanto per il Senato, a Milano e dintorni scatta la voglia di elezioni dirette a tutto spiano. Alcuni si preoccupano diligentemente di predisporre un testo di legge elettorale per la Città metropolitana 2.0 non certo utilizzabile per la imminente scadenza amministrativa. Altri – pur restando perplessi sulla modesta qualità del decentramento nei Municipi – apprezzano tuttavia la novità dell'elezione, ovviamente diretta, dei relativi Presidenti. Pressoché ignorata invece la messa in discussione dell'esistente modalità di elezione del Sindaco del Comune di Milano al quale tuttavia è ora attribuita la concomitante carica di Sindaco Metropolitano!

Eppure la novità purtroppo assai sottovalutata dall'attenzione comune - concentrata su autocandidature improvvisate, primarie eventuali, ripensamenti improbabili - sarebbe proprio questa. Invece la povera Città metropolitana ancora in fasce si trascina come un fardello non voluto, un buco di bilancio da coprire come le calamità naturali con interventi straordinari. Oppure come occasione per la superfetazione di studi e oroscopi attorno a fantastici “piani strategici”. Che l'area metropolitana sia un corpo vivo, organico nelle sue relazioni sociali e territoriali, meritevole di un governo autorevole ed autonomo per le essenziali competenze, non è contemplato dalla narrazione politica e mediatica corrente. Al contrario esso viene, politicamente ed amministrativamente, soffocato dentro una parte che, pur essendo centrale e preminente, ne risulta oggettivamente minoritaria e ristretta.

Questa visione, per altro espressa da un fautore della prima ora della soluzione metropolitana, appare troppo pessimista ? Non che manchino le occasioni per smentirla: a cominciare dall'estensione della partecipazione alle possibili prossime primarie al resto dei cittadini metropolitani, compresi buona parte dei 900.000 che ogni giorno feriale si ritrovano dentro i confini della vetusta “cinta daziaria” per lavorare, studiare, vivere una parte spesso importante della propria vita. Risulterebbe allora chiaro il segnale politico di riconoscimento dell'identità di un vera “cittadinanza metropolitana”, della transizione verso una città legale più vicina e coerente con quella reale.

Valentino Ballabio