Da piazza Fontana il gelo sull'autunno caldo operaio

(pubblicato il 4 Dicembre 2024)

Il 12 dicembre vissuto dalla fabbrica

La strage di piazza Fontana colpì a tradimento la lotta dei metalmeccanici, nel culmine della quale il movimento unitario aveva raggiunto piena coscienza delle proprie ragioni e della propria forza. Fu un atto sleale di lotta di classe, una pugnalata alle spalle. Se ancora nel '68 ad Avola e '69 a Battipaglia la repressione era stata frontale ed esplicita, il 12 dicembre cambiò le “regole d'ingaggio”.

Sarebbe poi apparsa evidente una precisa regia occulta tesa a frenare l'evoluzione democratica del Paese, alternando ulteriori atti terroristici indiscriminati e uso cinico dell'estremismo: sia indirettamente strumentalizzando l'ultra-sinistra “infantile” post-sessantottesca; sia direttamente organizzando e foraggiando centri eversivi di estrema destra.

Mi permetto un ricordo personale. Sono stato assunto alla “Singer-macchine per cucire” di Monza il 2 maggio 1969, come perito industriale metallurgico. In precedenza avevo lavorato in una piccola e tradizionale fonderia di piombo, col padrone che controllava di persona la carica a caldo del pesante materiale nei forni rotanti, eseguita manualmente con dura fatica da coppie di operai.

La Singer invece, con circa 1.300 dipendenti, era una fabbrica prettamente fordista: multinazionale con sede a Glasgow; meccanica di precisione misurata in millesimi di pollice; catena di montaggio e “tempi e metodi” con organizzazione del lavoro prevalentemente a cottimo, su tre turni di 8 ore compreso il sabato.

Ero addetto, come tecnico d'officina, al reparto “sinterizzazione”: i pezzi venivano prodotti per compressione di polveri metalliche mediante presse pesanti, saldati in forno a ciclo continuo e rifiniti con macchine utensili semi-automatiche. La manodopera, di qualifica generica, aveva la mansione di ripetere movimenti semplici ma con ritmi rigidi, controllati da un “tempista” munito di cronometro.

Durante l'estate la direzione aziendale aveva provveduto ad assumere decine di neo-immigrati meridionali, contando sulla prevedibile debolezza e docilità in vista proprio della scadenza contrattuale. Paradossalmente l'autunno avrebbe poi sancito, superando le iniziali diffidenze, un'inedita unità con gli operai autoctoni più anziani e qualificati, alla fine riconoscenti verso i “teruni” che si erano distinti nella lotta ed anche espresso spontanei quadri sindacali.

Lotta aperta, scioperi articolati, assemblee affollate nel salone mensa con l'ingresso forzato di sindacalisti esterni, manifestazioni in piazza e cortei con gli striscioni delle fabbriche di categoria. Con la partecipazione per la prima volta di tecnici e impiegati a suggellare la rivendicazione dell'inquadramento unico che accompagnava con l'orario, il salario ed i diritti la piattaforma contrattuale.

Quindi l'autunno con un'atmosfera nuova di schietta condivisione, di certezza delle proprie ragioni, di percezione di un consenso popolare diffuso. Con l'occhio rivolto all'esterno dei cancelli dove i problemi della casa, della sanità, dei trasporti pubblici si legavano a quelli del lavoro in una prospettiva di giustizia sociale e progresso democratico.

Un pieno di speranze e la sensazione che fosse possibile realizzarle. La notizia della strage invece provocò un improvviso senso di vuoto , un'angoscia che ha lasciato il segno. Ma subito dopo, col ritrovarsi nelle sedi sindacali e di partito e poi in massa nella grande piazza del Duomo tornò il barlume della fiducia nella giusta riscossa.

Il contratto collettivo affermò pertanto diritti e dignità nel rapporto di lavoro, presto sanciti erga omnes con lo Statuto dei lavoratori che avrebbe aperto negli anni '70 un'irripetibile stagione di riforme sociali e di conquiste civili. (*)

Fu la breve ma intensa stagione dell'egemonia politica e parlamentare che il PCI di Berlinguer riuscì ad imporre, pur non partecipando al Governo e nonostante continui ostacoli e duri contrasti su opposti fronti, con l'unica sponda nelle sottili e fatali convergenze di Aldo Moro.

Finché il segnale definitivo dell'inversione di fase verso un'inarrestabile regressione etico-politica arrivò puntualmente, il 2 agosto 1980, col blocco dell'orologio della stazione di Bologna.

Valentino Ballabio

(*)

Anno

Legge

Oggetto

1970

n. 300

Statuto dei lavoratori: diritti sindacali, tutela dai licenziamenti ingiusti

1970

n.281

Istituzione delle Regioni a statuto ordinario.

1970

n.898

Divorzio: il matrimonio non è più un vincolo a vita, ma una libera scelta

1971

n. 865

Esproprio aree per pubblica utilità

1971

n.1044

Istituzione degli asili nido pubblici per i bambini da 0 a 3 anni

1971

n.1204

Tutela delle lavoratrici madri: permessi per maternità

1971

n.820

Istituzione scuola a tempo pieno: più ore, più attività, più maestre

1972

n.772

Obiezione di coscienza: servizio civile alternativo alla leva militare

1973

n.877

Tutela del lavoro a domicilio

1974

DPR 416

Partecipazione nella scuola: diritti di studenti, insegnanti, genitori

1975

n.161

Nuovo diritto di famiglia: parità di diritti e doveri tra i coniugi

1975

n.405

Consultori familiari: salute, contraccezione, sessualità consapevole

1975

n.354

Riforma penitenziaria: umanizzazione della pena, lavoro, permessi

1975

n.685

Prevenzione, cura e riabilitazione della tossicodipendenza

1976

n.319

Legge Merli: tutela delle acque dall'inquinamento

1977

n. 10

Legge Bucalossi: distinzione proprietà/jus aedificandi e concessione onerosa

1977

DPR 616

Competenza “generale” dei Comuni, abolizione “enti inutili”

1977

n.903

Parità salariale e non discriminazione fra uomini e donne sul lavoro

1978

n.392

“Equo canone”: l'affitto non può superare determinati parametri di reddito

1978

n. 457

Piano decennale per l'edilizia residenziale pubblica

1978

n.194

L'aborto non è più reato, non si muore più per aborto clandestino.

1978

n.180

Legge “Basaglia”: chiusura dei manicomi, assistenza territoriale

1978

n.833

Riforma sanitaria: non più mutue corporative, servizio sanitario universale