PGT a somma zero
(pubblicato il 15 Febbraio 2010)


Il dibattito sul PGT milanese implica, insieme a scelte di natura territoriale ed edilizia, una materia a dir poco trascurata dopo decenni di “crescita zero” della popolazione residente: la demografia. Uno dei presupposti di tale discussione infatti concerne l’entità dell’aumento di popolazione da ricondurre dentro i confini amministrativi di Milano, ovvero dentro la superficie legalmente interessata a tale nuovo strumento di “governo” del territorio; ipotizzando dunque un “contro-esodo” rispetto alla perdita secca degli anni ’80.
Tuttavia prima di entrare nel merito delle cifre è essenziale porre attenzione al segno algebrico che sta loro davanti. L’incremento di x abitanti (o anche di 1/3 di x secondo gli emendamenti dei più “coraggiosi” esponenti dell’opposizione di Palazzo Marino) deve derivare da una “somma zero” se è pur vero che la popolazione anagrafica non solo di Milano bensì di tutta la regione è stabile da vent’anni a questa parte e non se ne prevedono incrementi significativi. Contrazione delle nascite, allungamento della vita media, immigrazione infatti tendono a compensarsi ed a far prevedere ancora a lungo un sostanziale equilibrio demografico. Anche la tendenza alla polverizzazione dei nuclei viene sostanzialmente bilanciata dalla progressiava ricongiunzione delle famiglie, spesso numerose, degli immigrati.
Da dove possono dunque arrivare gli x nuovi residenti?
Prima ipotesi: dall’hinterland e dall’area metropolitana circostante. Ovvero dal territorio relativamente omogeneo interessato ad un unico mercato del lavoro ed ad un medesimo mercato immobiliare. Ma in quest’area, oltretutto artificiosamente divisa tra province di Milano e di Monza, operano circa 200 Comuni contemporaneamente impegnati ad approvare i propri PGT, tutti tesi (con la lodevole eccezione di Cassinetta di Lugagnano) ad incrementare le proprie volumetrie per ragioni di bilancio da quadrare. Dunque la somma algebrica non pareggia ( x + x = 2x).
Seconda ipotesi: dalla fascia esterna all’area metropolitana, ovvero mediante contemporanea evacuazione e deportazione delle popolazioni di Varese, Como, Brescia e Bergamo (solo Bergamo secondo l’opposizione). La somma algebrica è soddisfatta (x – x = 0), con effetti da esodo biblico ma il potere del Sindaco di Milano, anche se debordante, non è ancora quello di Faraone..
Terza ipotesi: da altre regioni, nazioni, continenti, ma la matematica a questo punto diventa opinione (x = y ?), poco sostenibile malgrado la storica spinta verso la globalizzazione.
Quindi si impongono due domande preliminari: che senso ha approvare un PGT (anzi circa 200 PGT!) se si prescinde da previsioni “a monte” che definiscano di massima i parametri complessivi (andamento demografico, consumo di suolo, insediamenti fondamentali, infrastrutture portanti) nella dimensione della “vasta area”, relativamente omogenea riguardo le ricadute dei pesi insediativi, del sistema della mobilità e della condizione dell’ambiente?
E qual è il soggetto istituzionalmente competente e democraticamente legittimato a decidere a questo livello se si rinuncia ad adeguare l’assetto istituzionale alla giusta dimensione fisica, economica, sociale, ossia all’oggetto reale del governo del territorio?
Domande, ritengo, legittime nel ventennale dell’entrata in vigore della legge 142 del 1990 che aveva invano previsto sia l’istituzione delle Citta Metropolitane che l’adozione dei PTC (Piani Territoriali di Coordinamento) da parte della Province, di cui si è persa traccia.

Valentino Ballabio