(pubblicato il 9 Febbraio 2022)
Il riconoscimento negato alla dimensione metropolitana
Avvicinandosi il doppio anniversario "tondo" (1873-1923-2023) sorge spontanea una domanda: come mai Milano ha potuto adeguare i propri confini politico-amministrativi per ben due volte in mezzo secolo, mentre non è più riuscita a fare altrettanto nell'intero secolo successivo?
Come è possibile che la nascente borghesia industriale e commerciale sia riuscita a ottenere per la città un'adeguata dimensione territoriale, mentre in seguito le eccellenti classi dirigenti della capitale economica e finanziaria non hanno potuto, o voluto, neppure ritoccarla?
Come si spiega la contraddizione tra l'accelerazione esponenziale della conurbazione verso un'ampia area metropolitana e l'arretramento in un anacronistico municipalismo, conseguente anche all'indebolimento e frammentazione dell'entità provinciale?
Occorre per altro, con l'occasione, ricordare un altro cinquantenario: l'abolizione dell'imposta comunale di consumo (1973) che ha fatto abbandonare i pittoreschi caselli, dotati della "pesa" a livello stradale, che presidiavano gli accessi alla "cinta daziaria", ovvero l'attuale confine amministrativo della città.
C'è da pensare che sia stata proprio l'abolizione del dazio all'interno di una più ampia zona franca (che, fatte le dovute proporzioni, si direbbe per l'epoca "metropolitana") la molla che ha fatto scattare l'annessione dei "corpi santi" e, dopo qualche decennio, dei 12 comuni di cintura.
L'operazione fu rilevante. Gli abitanti di Baggio e Crescenzago divennero cittadini milanesi a tutti gli effetti, superando le diffidenze verso i milanes arius degli autoctoni nati entro le mura spagnole o, come sostenuto da alcuni puristi, dentro la cerchia dei Navigli.
Dunque Milano risorse dalla distruzione del Barbarossa ampliandosi per cinture concentriche fino a giusto un secolo fa. Da allora la storia si divide: da un lato la città reale continua ad espandersi mediante l'interconnessione fisica e socio-economica con l'ampia area mediana della Lombardia, dall'altro la città legale si chiude a riccio.
I cittadini di Corsico e Vimodrone non possono dirsi milanesi, se non quando devono farsi riconoscere, per approssimazione, all'estero. L'anagrafe prevale sulle persone reali. Eppure l'occasione per una sana integrazione, d'ispirazione europea, in una metropoli sufficientemente omogenea per contiguità territoriale, mobilità delle persone e delle cose, affinità economica e culturale, non è mancata. Però si è persa!
Nel 1990, allorché si affaccia la coscienza che l'unione europea non può basarsi solo sull'elemento monetario ma richiede l'allineamento di standard comuni essenziali, una buona legge prevede l'istituzione delle "città metropolitane", già affermate in Francia, Germania e persino Spagna. Dove avviarne dunque l'attuazione, nel nostro amato paese, se non da Milano?
Invece purtroppo, complice il tramonto dei partiti della "prima repubblica" e la repentina degenerazione della prassi politica, comincia il balletto dei rinvii, dei rimpalli, delle contromosse, delle doppiezze (vedi le province da abolire ma nel contempo da moltiplicare!), fino alla messinscena finale: la legge Delrio del 2014.
Tuttavia non si può addebitare all'ex-sindaco di Reggio Emilia tutta la responsabilità del misfatto, dato che nel frattempo il sindaco in carica di Milano dormiva, insieme ad una maggioranza "di sinistra" e ad una classe dirigente adagiata sull'esistente ed intenta a tutt'altri interessi.
Risultato: una città metropolitana di cartapesta, emulo della ex-provincia smembrata e debilitata, con a capo un sindaco aggiunto, ultimamente delegittimato dalla Corte Costituzionale. Ovvero il paravento fittizio di un capoluogo accentratore, concorrente e connivente con l'altro mostro istituzionale divenuto bulimico: la regione.
La sentenza della citata Corte (n. 240 del 7 dicembre 2021) inoltre richiama il Legislatore su un altro punto importante riguardo Città Metropolitane e Province "perché il territorio delle prime è stato fatto coincidere con quello delle seconde, senza quindi differenziare le comunità di riferimento secondo opportuni criteri di efficienza e funzionalità, ciò che invece sarebbe necessario ai sensi dell'art. 114 Cost.". Un implicito ma rigoroso richiamo a rivedere, per quanto ci riguarda, l'improvvida secessione brianzola!
ossiamo pertanto sperare che l'anno che ci separa dalla scadenza elettorale 2023 possa riservarci idee e proposte utili a smuovere l'immobilismo che impedisce una democratica e funzionale revisione dei pubblici poteri, a cominciare da quelli più vicini a cittadini?
Valentino Ballabio