Astensione vigile e attiva come voto potenziale

(pubblicato il 7 Febbraio 2018)

 

Possibile antidoto per favorire un'offerta politica più salubre?

Mi si nota di più se vado a votare o se mi astengo? Il dilemma morettiano si ripropone a più di uno, nel suo piccolo di elettore attivo, tenuto conto che il voto (“personale”, oltre che “libero uguale e segreto”, art. 48 della Costituzione) dovrebbe rappresentare il punto di congiunzione tra la coscienza dei singoli e la volontà generale, tra diritti individuali ed interesse della società, come si esprime sempre la Costituzione a proposito della “tutela della salute” (art. 32). Ed oggi è purtroppo assai diffusa la percezione di una democrazia parecchio indisposta se non proprio malata.

Rimangono esclusi da questa tematica il purtroppo diffuso voto di scambio, che baratta un più o meno angusto interesse particolare con quello collettivo, ed il sempre meno ricorrente voto di fedeltà che ricalca nostalgiche appartenenze e idealità. Restiamo pertanto al voto di opinione, il più influenzabile dal contesto socio-economico e dall'offerta politica, dunque potenzialmente più libero e variabile. Tanto da comprendere, nel novero delle possibilità, anche la propria negazione: il non voto.

Escluso a sua volta l'endemico astensionismo per indifferenza e qualunquismo, nonché quello simile per dissenso e protesta “a prescindere”, è possibile regolarsi sulla base di valutazioni mirate, tese a considerare di volta in volta nel merito programmi liste e candidature, senza l'assillo del “votate per chi volete ma votate” di quarantottesca memoria? E far rientrare nella valutazione anche il giudizio sulla legge elettorale in quel momento vigente, tenuto conto della volatilità delle medesime debilitate dalle alchimie politiche contingenti e costantemente a rischio di mutilazione per incostituzionalità.

Se dunque il voto è un diritto e pertanto una facoltà, il cui esercizio è “dovere civico” non obbligo, resta affidato alla coscienza appunto civile e morale di ciascuno il suo uso attivo in relazione agli atti e caratteri dell'elettorato passivo: ovvero i comportamenti, la credibilità ed i propositi palesi o reconditi dei candidati e loro raggruppamenti in liste e partiti.

Può allora capitare, come molto probabile nella presente campagna elettorale, che l'offerta politica complessiva sia considerata insufficiente e infondata; nel qual caso il peso di un'astensione motivata può valere come potenziale domanda di miglior sorte. A meno di accontentarsi del “meno peggio”: ma questo vale una prima volta, la seconda sarà una meno peggio al quadrato e la terza al cubo. Il criterio del “meno peggio” esponenziale tende geometricamente al peggio assoluto.

Se invece si osasse sperare in un ripensamento, tanto nel metodo (legge elettorale) quanto nel merito (ristrutturazione delle formazioni politiche su altre basi), un deciso monito popolare, sopratutto giovanile, può risultare più efficace del ripiego nel consenso rassegnato, magari accompagnato dalla montanelliana otturazione nasale. Ciò vale in particolare a sinistra, ove al tentativo di rigenerazione proposto dai volonterosi del Brancaccio (18 giugno 2017) è seguìto il prevalere di superate rendite di posizione e proposte raccogliticce all'ombra della demagogia diffusa e trasversale.

Il prevedibile stallo post 4 marzo può dunque rappresentare l'occasione per una scossa, in alternativa alla coazione a ripetere di una classe politica in travagliato viaggio tra “usato insicuro” scampato alle rottamazioni, “fuori-strada” d'ordinanza ingombranti ed inquinanti, principianti in ritardo con la scuola-guida salvo tardive e strumentali aperture ad imbarcare passeggeri “esterni”.

Esclusa allora l'imminenza di pericoli autoritari (alle soglie di casa per fortuna non abbiamo Trump o Putin ma solo piccoli emuli) è possibile immaginare un bacino di voto non espresso ma esteso, vigile e vivo che supporti l'energia potenziale necessaria a promuovere qualità della politica e buon governo della cosa pubblica?

Valentino Ballabio