(pubblicato il 1 aprile 2026)
Una traccia di verità sotto la coltre di conformismo
Milano conserva un filo della coscienza civile che aveva animato la ricostruzione materiale e culturale del dopoguerra fino al riconoscimento di “capitale morale”? Prima di declinare nell'ormai esausto e infausto “modello”? Preservarne la memoria può rappresentare una potenziale risorsa per orientarci nella caotica crisi attuale.
Ne ha dato prova la non rituale “commemorazione di Beppe Boatti ad un anno e mezzo dalla scomparsa” tenutasi presso l'Umanitaria il 16 marzo. Si è trattato di un importante e partecipato appuntamento per recuperare, a più voci, il lascito di un pensiero forte e coerente per quanto infine isolato ed emarginato, tra il muro del conformismo politico e la palude del liberismo mercantile.
Una visione razionale, di matrice illuminista, come sostenuto da Ugo Targetti che ha introdotto il dibattito, volta a disegnare una metropoli equilibrata e funzionale, sostenibile sul piano sociale ed ambientale nonché su quello economico: capace di evitare tanto i privilegi iniqui quanto gli sprechi a fondo perduto.
Tuttavia all'analisi razionale Boatti aggiunge una passione critica. Non si tratta solo di interpretare il mondo ma di cercare di cambiarlo. La “dea ragione” cade dal piedistallo ipostatico al setaccio dialettico: è razionale ciò che è reale o è reale ciò che è razionale?
È questione di quella feconda scuola filosofica milanese, denominata appunto “razionalismo critico”, fondata da Antonio Banfi, marxista non dogmatico, prodiga di figure significative nel campo delle scienze, della politica, delle arti, compresa ovviamente la branca urbanistica.
Sarebbero stati gli “intellettuali organici” in senso gramsciano, protagonisti di una irripetibile stagione di progresso sociale e rinascita civile per risollevarsi dai disastri del fascismo e della guerra. L'influenza di questa corrente intellettuale avrebbe trovato un riscontro positivo nella politica e nell'amministrazione pubblica, non ostante i successivi contraccolpi della guerra fredda.
La disciplina urbanistica non sarebbe certo sfuggita a questa corrente raziocinante e insieme creativa, saldata alla realtà ma con l'intento di cambiarla secondo un senso compiuto. Il concetto di pianificazione avrebbe segnato il punto d'incontro tra metodologia scientifica e volontà politica.
Su questo punto Boatti pone due domande cruciali. La prima: quale rapporto dialettico tra la qualità e la quantità nel percorso urbanistico. La scala territoriale della pianificazione ne modifica i contenuti strutturali e funzionali. Un possibile piano nella dimensione sovra-comunale risulta più adeguato per le previsioni riguardanti mobilità, ambiente, infrastrutturazione, pesi insediativi; che risulterebbero contraddittorie o pleonastiche col semplice assemblaggio dei piani comunali.
È il principio di sussidiarietà verticale che, con adeguatezza e differenziazione, avrebbero caratterizzato la parte virtuosa della modifica del Titolo V° della Costituzione, volutamente ignorata a scapito di quella perversa subito applicata mediante gli ambigui poteri “concorrenti” assegnati alle regioni.
La seconda riguarda, oltre agli attori tecnico-amministrativi della pianificazione, le responsabilità politico-istituzionali. Il caso dell'area metropolitana milanese si rivela esemplare. Fallito l'esperimento del PIM (piano intercomunale milanese) ridotto ad innocuo centro-studi, l'occasione di redarre un Piano territoriale di coordinamento tocca alla Provincia, ancora integra dalla scissione brianzola e governata nel 1995 dal centro sinistra, all'interno del quale tuttavia si apre un dissenso.
Da un lato l'impostazione elaborata da Boatti, su incarico dell'assessore Targetti e sostenuta in consiglio dal sottoscritto, per un piano cogente riguardo le zonizzazioni e le funzioni strategiche di carattere metropolitano; dall'altra una concezione ancillare della stessa istituzione ridotta a “provincia dei comuni” sostenuta dal resto della maggioranza.
Nel '99 vince il cento-destra che, in continuità con questa seconda impostazione, riformula il piano come semplice ed innocua sommatoria dei piani regolatori comunali. Il poderoso lavoro di Beppe viene pertanto vanificato, anche purtroppo dal “fuoco amico” degli improvvisati capibastone del proprio riciclato partito.
Il disallineamento tra struttura economico-sociale e sovrastruttura istituzionale-amministrativa diventa stridente. Razionalità scientifica e arbitrio politico si separano irrimediabilmente; intanto compare il convitato di pietra (o meglio di cemento armato) che dilaga dal centro iperdenso allo spawl (“stravaccato” secondo Beppe) nella vasta area. La scissione brianzola e la legge Delrio avrebbero completato l'opera di frantumazione territoriale e svuotamento funzionale, per simulare l'attuale contraffatta e fittizia “Città metropolitana”.
La profezia negativa di Beppe Boatti si sarebbe purtroppo avverata. L'arma della critica non regge alla critica delle armi, chi ha la ragione non ha la forza. Tuttavia la sua traccia per uscire dal caos, urbanistico e non solo, rimane - sotto lo strato di indifferenza e conformismo - indelebile e disponibile qualora (il NO ne è forse un segnale?) il cambiamento fosse ancora possibile.
Valentino Ballabio