L'alimentazione, come il respiro il sesso ed il sonno, sta alla base della piramide dei bisogni di Maslow accanto alle più elementari esigenze umane, mentre creatività gusto e vanità si pongono nei livelli più alti della stessa scala. Pertanto la pretesa di considerare tale bisogno primario addirittura nella dimensione "planetaria, energetica e vitale" pone Milano, sede epocale di EXPO 2015, nella condizione di riflettere innanzitutto su se stessa, sul proprio equilibrio tra hardware fisico-territoriale e software politico-istituzionale (nonché mediatico-culturale) a cominciare dal proprio sistema urbano e metropolitano. Tale riflessione incrocia infatti la scadenza della Città Metropolitana "qui ed ora" richiedendo decisioni politiche chiare e tempestive, superando la fase delle generiche dissertazioni sociologiche sul presunto ideal-tipo (*) nonché le gratuite esternazioni propagandistiche di buone intenzioni.
Qui l'occasione della costituenda nuova istituzione potrebbe - se fatta sul serio, evitando la comoda tentazione dell'operazione di facciata - riportare in primo piano la realtà fisica dell'area metropolitana, provare a risanare e recuperare un territorio purtroppo assai compromesso da decenni di governo frammentato e contraddittorio quando non manifestamente manipolato a meri fini particolaristici. Infatti siamo di fronte ad una situazione in buona parte irrimediabilmente danneggiata: si pensi alla miriade di eco-mostriciattoli diffusi nei circa duecento comuni dell'area reale, insieme a milioni di metri cubi di fabbricato abbandonati o inutilizzati con ingente quota di suolo vergine consumato, all'inquinamento dell'aria ed al dissesto del regime delle acque, alle grandi opere inutili per finire con diffuse carenze di manutenzione straordinaria ed ordinaria dei beni pubblici (ad esempio l'estinzione della segnaletica orizzontale su buona parte delle strade provinciali e comunali, causa di rischio per la sicurezza e la salute collettiva).
E' tardi per chiudere la stalla: i buoi sono in buona parte già scappati e pertanto si tratta della non facile impresa di recuperarli. Per provarci occorre un ben addestrato cane-pastore, uno strumento istituzionale autorevole, rispettoso delle autonomie comunali ma a sua volta autonomo e sovraordinato rispetto ad esse, dotato - a differenza della soppressa Provincia - di poteri cogenti in materia di pianificazione territoriale, sistema della mobilità, tutela del verde e dei valori ambientali. Ma potrebbe mai una simile creatura, naturalmente eletta a suffragio universale come proclamato da tutti i candidati concorrenti alla stesura dello Statuto, reggere accanto all'ingombrante permanenza dell'attuale comune di Milano? Il quale a sua volta si trova ristretto tra due alternative: o fingere di decentrarsi in "zone autonome" eludendo quanto espressamente previsto dalla legge, o farlo sul serio deprivandosi di risorse e poteri con l'inevitabile risultato di ritrovarsi nella situazione di "terzo incomodo".
Nel primo caso infatti abbiamo scherzato, e tanto vale lasciare la città metropolitana non elettiva, al pari delle normali restanti province, subalterna e marginale rispetto all'intangibile Capoluogo. Nel secondo si aprirebbe una confusa sovrapposizione di ruoli e funzioni tra Comune, che come tale conserva le sue prerogative, e Zone "dotate di autonomia amministrativa", con relativi conflitti di competenze, rimpalli di responsabilità, ulteriore complicazione delle cose già ora non del tutto semplici. Resterebbe - facciamoci coraggio - una terza soluzione: sia il Comune a fare un passo indietro, trasformandosi in "zona omogenea" non elettiva e riversando effettivamente tutti i poteri locali ai Municipi decentrati.
Si applicherebbe allora ne più ne meno quanto previsto dal primo paragrafo dell'art. 22 della vigente legge, scartando (ancorché in carne di oltre tre milioni di abitanti!) l'alternativa del secondo paragrafo in quanto contraddittorio, pericoloso ed iniquo. Su queste colonne si è già rilevato infatti che tale ultima ipotesi discrimina la cittadinanza circa il fondamentale diritto di voto, creando elettori di serie A, B e C a seconda della residenza anagrafica nel capoluogo, nell'hinterland o nelle altre province! Tuttavia pare, a meno di piacevoli smentite, che su tale delicato ma decisivo argomento perduri il silenzio assordante dei candidati e delle liste (peraltro perfettamente dosate per genere, localizzazione, provenienza partitica e persino "civica", ecc.) rotto solo da flebili voci di gruppi volontari per altro, come puntualmente rilevato dal direttore di Arcipelago, poco o nulla ascoltate o confrontate
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Valentino Ballabio
(*) Su tale materia, elaborata da par suo dal compianto Guido Martinotti, giova richiamare un breve botta/risposta col sottoscritto (vedi Arcipelago del 2/11/2011, posta dei lettori).