Autonomia differenziata e indifferenza politico-istituzionale

(pubblicato il 20 Febbraio 2019)

 

La discussione reticente e tardiva sulla forma della Repubblica

Con un'agile azione di contropiede la forza politica di governo che al momento viene data per abile e vincente ha posto all'ordine del giorno l'“autonomia differenziata” per tre Regioni. O meglio dire per due e mezzo, posto che l'Emilia Romagna si è parzialmente accodata a Veneto e Lombardia che vantano la copertura di referendun consultivi ovviamente vittoriosi ed avvalorati dal pressoché unanime sostegno di tutte le parti politiche lombardo-venete.

Inoltre le rivendicazioni autonomiste si avvalgono della pre-intesa firmata dal governo Gentiloni nel febbraio 2018, a ridosso delle elezioni politiche, con una accordo-capesto che mette lo stesso Parlamento nella difficoltà di discuterlo e modificarlo. Per non parlare della mancata discussione pubblica preliminare e dello scarso o nullo coinvolgimento delle restanti istituzioni locali ed intermedie.

Ma per discutere occorrerebbero interesse e motivazione da parte di una classe politica che spesso ha trattato la questione istituzionale con superficialità ed incoerenza, purtroppo a cominciare da un centro sinistra che l'ha usata strumentalmente: vedi il fallito referendum costituzionale (che tra l'altro prevedeva proprio un ri-accentramento di funzioni dalle regioni allo Stato!) e la fallimentare legge Delrio, anch'essa peraltro in via di (pure sotterranea) revisione.

Ma che dire nel merito? Forse prima di esaminare le ricadute nei singoli campi (scuola, ambiente, infrastrutture, fisco, ecc.) è bene riflettere sui fondamentali, sulla forma e dunque sulla natura che la Repubblica ancora “democratica” andrebbe ad assumere una volta ridotta “a pezzi” variamente autonomi. Sovvengono alcune considerazioni generali già espresse su queste colonne il 1° novembre 2017 (mi scuso per l'autocitazione ma tornano attuali, augurandomi tuttavia che Arcipelago possa raccogliere contributi e critiche al riguardo):

“La questione si intreccia con il recente referendum regionale teso - nelle intenzioni dei promotori e degli incauti sostenitori - ad ampliare competenze e funzioni nelle materie “concorrenti” elencate all'articolo 117 della Costituzione, con l'obbiettivo di un'ulteriore espansione burocratico-amministrativa della maxi-regione, ovvero di aggravare i difetti già generati dalla parte più discutibile della riforma del Titolo V° del 2001.

Tale riforma, operata dal centro-sinistra al termine di una tormentata legislatura, ebbe infatti origine da due spinte contrastanti. Da un lato il modello europeo improntato al principio di sussidiarietà che aveva mosso il trattato di Maastricht, con gli articoli 114 e 118 che configurano una scala di livelli istituzionali adeguati e differenziati tra loro (non dentro di loro!). Dall'altro la spinta separatista/federalista della Lega della prima ora che indusse, con il classico meccanismo della “rivoluzione passiva”, l'incerta maggioranza dell'epoca a consentire un'ampia sovrapposizione di poteri statali e regionali (artt. 116 e 117).

Il primo scenario è aperto ed inclusivo: io sono nello stesso tempo cittadino del quartiere e del comune, della provincia e della regione, della nazione e dell'Europa, potenzialmente del mondo. Il secondo scenario è chiuso ed esclusivo: sono padrone in casa mia ed autonomista/indipendentista entro un recinto ritenuto identitario. Va comunque riconosciuto che la Lega ha esercitato per più di un ventennio, nel bene ed ancor più nel male, una vera e propria egemonia sulla questione istituzionale, rimorchiando all'inseguimento un centrosinistra abulico e subalterno (fino all'improvvido strappo renziano Boschi-Delrio) ed ultimamente anche un cinquestelle ignaro ed innocuo.

Che fare allora? I guasti sono irreversibili o è possibile, registrati gli errori, invertire la rotta? Sulla carta la soluzione è duplice e insieme semplice. Primo: abolire le modifiche perverse nel rapporto Stato-Regioni introdotte nel 2001 per tornare al testo aureo del 1948. Secondo: abrogare la legge Delrio e rovesciarla per ricostruire con i piedi per terra un sistema istituzionale razionale, essenziale, sostenibile.”

Certamente, poco più di un anno fa, i rapporti di forza erano diversi e si poteva ancora sperare che un cambio di passo del campo riformatore e progressista potesse rimediare errori e recuperare consensi. Oggi è più difficile. Tuttavia continuare a formulare buoni propositi senza ragionare sui mezzi politici, istituzionali ed amministrativi per realizzarli è semplicemente illusorio.

Valentino Ballabio