Area metropolitana a rischio emiparesi
(pubblicato il 19 Febbraio 2014)


Le intenzioni riformatrici del disegno di legge Delrio, passato in prima lettura alla Camera il 23 dicembre nel cesto di Babbo Natale, meriterebbero qualche attenzione in più che non le reiterate implorazioni sulla "abolizione delle province" e la curiosità intermittente circa le ormai mitiche "città metropolitane". Cambiare le leve dei pubblici poteri e ridisegnare l'articolazione dello Stato non è semplice operazione di "ingegneria istituzionale" (o più recentemente "governance" formale) come spesso si è ironizzato da parte dei politici puri, il cui discorso tende ad enfatizzare gli obbiettivi (occupazione, semplificazione, sostenibilità, ecc.) ignorando tuttavia la funzionalità degli strumenti, salvo poi imputare alla "burocrazia soffocante" i mancati risultati. E il sistema mediatico non è da meno nel coprire superficialità e sottovalutazione sul merito, ritenuto da "addetti ai lavori" non degno di interesse per il grande pubblico.

Invece il d.d.l. sopracitato, ora in discussione al Senato e che - visto l'autore - si presume abbia continuità con il neo governo Renzi, merita un'attenta valutazione per l'impatto che comporterà sulle realtà territoriali interessate, a cominciare da quella milanese e lombarda. Purtroppo l'iniziativa del 14 gennaio al circolo De Amicis, avviata da Franco D'Alfonso e incoraggiata autorevolmente da Piero Bassetti, non ha sinora avuto seguito. Se lo avesse non potrebbe esimersi dall'affrontare almeno tre interrogativi ineludibili: la nuova Città metropolitana, qualora intenda proporsi come cosa seria e non banale operazione di facciata, dov'è? Cosa fa? Chi abroga e sostituisce? Proviamo qui a ragionare sul primo punto, tenuto conto che lo stesso Bassetti, nell'incontro citato, ha giustamente osservato che le relazioni metropolitane si estendono anche oltre i confini della regione, ad esempio Novara e Piacenza.

Orbene il testo del d.d.l. in esame recita "Il territorio della città metropolitana (.) coincide con quello della provincia omonima" pur precisando che resta ferma "l'iniziativa dei comuni (...) per la modifica delle circoscrizioni provinciali limitrofe e per l'adesione alla città metropolitana" (Art. 2 comma 3). Tuttavia "le città metropolitane sono enti territoriali di area vasta..." (Art. 1 comma 2). Viene da chiedersi allora quanto sia vasta la nostra area metropolitana, non risultando certo restringibile nei confini dell'attuale provincia di Milano, deprivata nell'ultimo decennio dei territori del Lodigiano e della Brianza monzese. Dunque tale contraddizione va risolta, possibilmente prima dell'approvazione definitiva della legge, non potendosi affidare unicamente al "fai da te" dei singoli Comuni la definizione di una volubile ed incerta carta geografica politica a prescindere da quella fisica, oggettiva e fissa nei tempi storici.

Il "comunalismo" di stampo basso-medioevale che sta alla base della "filosofia" politico-amministrativa di Delrio (e dei sindaci renziani ora al potere!) rischia allora di generare mostri. Infatti, nel nostro caso, alle opportune intenzioni di importanti comuni del nord-ovest come Busto Arsizio, Saronno e Caronno di abbandonare la provincina di Varese per aderire alla metropoli fanno riscontro la passività del sindaco di Monza nonché l'indifferenza di quello di Sesto (per citare i più importanti, per inciso entrambi PD). Ci troveremmo allora un'entità "metropolitana" (le virgolette questa volta sono del tutto appropriate) del tutto asimmetrica. Se infatti l'omonima Città sarà una persona giuridica, l'Area è invece un corpo fisico vivente, con pancia testa e membra quasi umane. Le gambe per il vero stanno ben rimpannucciate nel parco agricolo sud, e fin qui quasi tutto regolare, ma gli arti superiori rivelano invece un'atroce sofferenza per via di un braccio purtroppo mutilato. La mano sinistra si protenderebbe infatti fino a Malpensa, e da lì potenzialmente verso il mondo intero; la destra invece è ridotta a moncherino, amputata all'altezza di Cologno Nord, capolinea definitivo della MM 2.

E la testa? In assenza di elezione diretta e stante il "commissariamento" di fatto da parte del Sindaco del capoluogo dovrebbe collocarsi al vertice e possibilmente risultare pensante. Ma purtroppo pensare in termini non milanocentrici e percepire un'identità metropolitana non paiono appartenere alla cultura di governo della classe politica milanese passata e presente, in primis di Sindaco ed Assessore "competente". E in assenza di un sentire comune, di una consapevole appartenenza ad una paritaria "cittadinanza" metropolitana non c'è legge che possa sopperire. Così come non si avverte il ruolo dei partiti, che un tempo esercitavano nel bene e nel male ma sempre con discussioni ed elaborazioni di merito una strategia di insieme attraverso le influenti Federazioni provinciali, ed oggi invece ripiegano sugli amministratori, a loro volta spesso isolati e privi di sedi di confronto ed indirizzo politico generale.

Valentino Ballabio