Consiglio metropolitano tutto da rifare
(pubblicato il 13 Aprile 2016)


Il brutto anatroccolo, alla fine della fiaba, diverrà un elegante cigno. Così si spera che anche la città metropolitana milanese, fuoruscita dall'uovo della legge Delrio gracile e stentata, diventi in futuro una sana e regolare metropoli europea. Tuttavia a ricredersi dalle favole, dopo gli iniziali euforici entusiasmi “costituenti” e “statutari”, sembrano essere proprio i protagonisti diretti della neonata istituzione che, compiuto l'anno, dovrebbe aver superato la fase dello svezzamento. A cominciare dal Sindaco metropolitano ancora in carica ma sempre meno presente alle sedute del Consiglio omologo, per altro destinato ad imminente scioglimento contestualmente alla scadenza degli organi del capoluogo (L. 56/2014 c. 21).

In base alla soprannominata legge, le cui bizzarrie si vanno di mano in mano scoprendo con malcelato sconcerto (esclusi gli attenti lettori di ArcipelagoMilano, sulle cui colonne sono state per tempo e ripetutamente denunciate), Sindaco e Consiglio metropolitani simul stabunt vel simul cadent. Per altro nessuno dei due è stato eletto dal corpo elettorale di riferimento bensì uno designato “di diritto” e l'altro eletto in secondo grado dai restanti sindaci e consiglieri comunali, rimarcando anche simbolicamente la differenza di rango tra capoluogo e contado, più confacente all'assetto signorile dell'antico Ducato che a quello democratico di una Metropoli contemporanea.

Delusione e frustrazione, esplicite nelle allarmate dichiarazioni delle minoranze e implicite nelle significative reticenze della maggioranza, emergono infatti ad ogni seduta (ultima il 17 marzo) di un organo rappresentativo ridotto nell'ordine del giorno ufficiale agli adempimenti burocratici residui della ex Provincia ed alla formale presa d'atto di decisioni altrui. Tuttavia “fuori sacco” emerge la consapevolezza della incongruenza della legge istitutiva, vera camicia di forza voluta in negativo per evitare la prova elettorale del 2014, sotto spauracchio dell'antipolitica crescente, e per provare a comprimere la spesa mediante un capitolo aggiuntivo della stentata spending review.

Così l'oggetto della discussione consiliare si rovescia nel soggetto: dalle stelle del fantastico “piano strategico”, naturalmente affidato alla discrezionalità di centri studi esterni, alle stalle dell'ordinaria gestione del personale, impedito ad operare in parte (di ruolo) per insufficienza del budget ed in altra parte (precari) per permanente instabilità del posto di lavoro. Pertanto, stretti tra le angustie del bilancio e l'inconsistenza di funzioni e competenze, gli ammirevoli Consiglieri metropolitani si classificano più o meno in tre categorie: irriducibili, attesisti, afflitti.

La prima formata da una minoranza della maggioranza: difensori “cadornisti” della trincea, sentinelle della dura legge ma legge, votati al sacrificio pur di non obbiettare alcunché alla proto-riforma dell'allora proto-renziano ministro . La seconda, una maggioranza dentro la maggioranza, di comparse silenti che vivono con malcelato imbarazzo la mesta situazione ma comunque fedeli alla consegna di garantire numero legale e voto favorevole. La terza da una variegata minoranza (non solo di centro destra) impegnata nella critica spesso centrata dell'esistente ma inabile a indicare un'alternativa innovativa e non nostalgica. Assente, su tutti i tre fronti, la politica intesa come teoria e prassi, visione d'insieme e guida alla trasformazione dello “stato di cose presente”.

Eppure, nel caso specifico, non si tratterebbe di disegnare teoriche “città del sole”. Basterebbe copiare (come a scuola, quanto basta per rimediare la sufficienza) i modelli ormai consolidati di tutte le grandi e medie metropoli europee, articolate su due livelli: uno locale nella misura di municipi di dimensioni comparabili, l'altro metropolitano per coordinare e governare il sistema periurbano più ampio. Insistere, come solo in Italia ed a Milano in particolare, su tre livelli dei quali due finti (come dimostrato sull'altro versante dalla perdurante irrilevanza del decentramento, solo superficialmente modificato dall'ultimo restyling cosmetico) è irrazionale e controproducente.

E i candidati Sindaci? Se la caveranno ancora una volta, nei proclami e negli interventi elettorali, con cenni generici e richiami retorici al radioso futuro metropolitano di una città la cui classe politica pervicacemente non ne ha mai voluto sapere? Venticinque anni di rinvii ed amnesie più due anni di simulazione e confusione non insegnano niente? Pare di no a giudicare dal prima, durante e dopo le note “primarie”; ma ora si va ad elezioni vere per le quali gli aspiranti Sindaci (anche metropolitani) sono tenuti, per legge, a protocollare il documento ufficiale di programma a supporto della candidatura. Staremo a vedere...

Valentino Ballabio