Achille insegue la tartaruga: sempre si avvicina ma mai la raggiunge. Così "piè veloce" Renzi riesce a rincorrere paradossalmente il corazzato Grillo (o viceversa farsi rincorrere, come rivendicato in Direzione PD) su un terreno che ancora di recente si sarebbe definito "populismo" o persino "antipolitica". L'ansia di rottamare un pezzo di ceto politico, capro espiatorio di una peraltro assai motivata indignazione popolare, risulta prevalere sulla logica di un ragionato riordino dei poteri istituzionali ed una coerente razionalizzazione della macchina amministrativa pubblica.
Si salvano solo i Sindaci, destinati a coprire mediante una vertiginosa "sussidiarietà verticale" i ruoli intermedi e nazionali lasciati liberi dalle decapitate Province e dallo stesso Senato della Repubblica. In realtà il "partito dei sindaci" non è una novità. Ci aveva provato con la nota perspicacia Massimo Cacciari agli albori della seconda repubblica, allorché i partiti politici tradizionali avevano dato forfait sulle macerie di Tangentopoli e l'elezione diretta dei primi cittadini aveva riattivato su nuovi binari i bisogni elementari di partecipazione e coesione sociale. Tuttavia tale "partito", sebbene in una fase iniziale abbia svolto una funzione positiva per rompere il vecchio centralismo ed avvicinare i cittadini alle istituzioni locali, ha ben presto ha esaurito la sua spinta propulsiva.
Per altro la battaglia per l'autonomia locale era stata a lungo un tema della sinistra contro il centralismo originario, che aveva guidato l'unità nazionale (Cavour e Mazzini versus Gioberti e Cattaneo) proseguito col fascismo ed anche post-fascismo centrista preoccupato di non lasciare troppo liberi i comuni e le regioni "rosse" (tanto che Mario Scelba definì la Costituzione "una trappola"). Con la "seconda repubblica" tuttavia la situazione si è ribaltata: la bandiera del "federalismo" e similari, nonché dell'autonomia esasperata dei comuni viene issata dalla Lega con la parola d'ordine "ciascuno è padrone in casa propria". Fino ad esercitare una vera e propria egemonia nel campo tanto da indurre il primo centro sinistra boccheggiante a varare una riforma del titolo V° della Costituzione ambigua e contraddittoria, in particolare circa il rapporto stato-regioni fonte di successiva confusione e conflitti di competenze.
Ebbene questa parte del titolo V° trovò purtroppo immediata attuazione, generando nuovi centralismi regionali insieme a ripetuti fenomeni di sprechi e scandali, mentre l'altra parte riguardante gli "enti intermedi" è rimasta lettera morta. Le Città metropolitane sono rimaste al palo mentre le Province, invece di assumere ruolo politico e poteri di coordinamento sovraordinati rispetto ai Comuni, si sono semplicemente moltiplicate di numero pur rimanendo politicamente marginali e funzionalmente quasi inutili. Pertanto ora è facile volerle svuotare sopprimendone gli organi politici elettivi ed il rilievo costituzionale. Al contrario l'autonomia comunale si è paradossalmente accresciuta in misura inversamente proporzionale alla disponibilità di risorse trasferite dal centro. Il patto scellerato tra Stato e comuni si è tacitamente attuato: taglio delle risorse contro libertà pressoché assoluta di disporre della città e del suo territorio; dunque fonte di diffusi disastri urbanistici ed ambientali e conseguente bolla finanziario-immobiliare responsabile in gran parte della presente e perdurante crisi economica e sociale.
Come se ne esce? Il buon senso suggerirebbe di invertire la tendenza: riequilibrare la distribuzione dei poteri affidando un ruolo di coordinamento cogente, nelle materie cosiddette di "vasta area", da affidarsi a città metropolitane autentiche e nuove province riaccorpate (vedi tentativo ex decreto Monti) però elettive ed autorevoli. Capaci di comporre la conflittualità tra comuni, spesso concorrenti tanto nella gara (spesso al ribasso) per aggiudicarsi investimenti ed insediamenti residenziali commerciali e pseudo-produttivi quanto nel gioco di refilare presso i reciproci confini discariche e inquinamento da traffico mediante apposite "tangenzialine".
Invece le riforme in fieri paiono confermare ed aggravare il verso "perverso" già in essere. Anarchia comunale, solo temperata dagli incentivi alle fusioni ed alle unioni. Organi autoreferenziali di Sindaci seduti a tempo perso dentro fasulle città metropolitane, ex-province indebitamente proliferate e posticcio Senato delle autonomie. Rinuncia ad efficaci poteri di programmazione e coordinamento in importanti aree intermedie tra grandi regioni e comuni. Il tutto all'insegna della "rottamazione" di forme istituzionali effettivamente ammaccate ed inceppate, che tuttavia richiederebbero competenti interventi di "revisione" e "riparazione": operazioni che distinguono in ultima istanza il meccanico dallo sfasciacarrozze.
Valentino Ballabio