Crisi finanaza locale: fare di necessita’ virtu’
(pubblicato il 20 Luglio 2011)



Taglio dei fondi agli enti locali e blocco del turn-over dei dipendenti pubblici ricorrono quali ingredienti fissi in ogni ricetta di manovra economica ripetutasi ciclicamente a partire almeno dai "decreti Stammati" del 1977. Con la stessa periodica cadenza ANCI, UPI nonché autorevoli Sindaci non hanno mancato di elevare vibrate proteste e minacce di "restituire le chiavi delle città": pur tuttavia agli agitati allarmi ("al lupo, al lupo") è sinora seguito che comuni e province hanno potuto sopravvivere per un buon terzo di secolo ed in qualche caso pure proliferare. Se non ché la crisi attuale presenta caratteri inediti, persistenti e strutturali. Questa volta il lupo si sta aggirando effettivamente nei dintorni; per altro ha già aggredito le estremità del continente e l'Italia si presenta, oggi come non mai, come il ventre molle di un'Europa preoccupata e guardinga.

La situazione richiede pertanto una svolta, che però non può che cominciare dal basso - dal sistema istituzionale locale - posto che al vertice si stenta ad andare oltre proclami che lasciano il tempo che trovano (vedi riduzione dei parlamentari, costi della politica, ecc.). Partiamo allora da comuni e province laddove, di fronte al rischio di taglio dei servizi ed aumento delle tariffe nonché alle avvisaglie del famigerato "federalismo fiscale", il cittadino manifesta di tollerare sempre meno sprechi, inefficienze, privilegi e distorsioni.

Prendiamo la questione delle province. Quasi tutti i leader politici si sono incaricati (a turno, guardandosi bene dal pronunciarsi contemporaneamente) di decretarne l'abolizione. Cosicché loro l'avevano detto. Dopo di che nei fatti se ne sono istituite di nuove senza obiezioni né opposizioni! In realtà l'abolizione delle province è un obiettivo demagogico, irrealistico e non costituzionale: eppure tra abolizione velleitaria, mantenimento acritico e proliferazione irresponsabile sarebbe possibile trovare una sensata via di mezzo, ovvero riduzione quantitativa e riqualificazione dell'attuale evanescente ruolo. Mancato il tentato omicidio (mozione IdV fallita, in partenza, alla Camera) si proceda invece ad un'energica cura dimagrante, sia nel numero (in Lombardia potrebbero essere ridotte da 12 a 5/6 più la Città metropolitana) sia nelle competenze, trasferendo ai comuni le funzioni correnti e gestionali, riservando invece poteri cogenti di programmazione e strategie d'insieme (per i quali occorrono organi snelli, giunte di 3 o 4 assessori al massimo: territorio, mobilità, risorse ambientali). Altra cosa riguarda l'Amministrazione periferica dello Stato che va resa flessibile, adattata al territorio e non ingessata sulle province.

Se non ora quando? Se la crisi costringere a scegliere tra l'erogazione di servizi indispensabili ed il mantenimento di organi politici e burocratici pletorici, accavallati e talvolta espressamente inutili, diventa irresponsabile tergiversare e prorogare scelte per altro già ratificate da tempo immemorabile. Si è già perso più di un ventennio! La legge 142 del 1990, vera pietra miliare della modernizzazione del sistema istituzionale locale, non può più essere elusa nel suo impianto fondamentale per l'ignavia di una classe politica "da seconda repubblica", abile per lo più a tirare a campare. La penuria di risorse ("poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno") costringe a ridefinire compiti e funzioni, eliminare doppioni e giri a vuoto, rivedere confini ed ambiti territoriali.

Analogamente riguardo i comuni. Non ha senso che la stessa qualifica attenga a grandi città con oltre un milione di abitanti e villaggi di poche centinaia di persone, i quali ultimi risultano tuttavia immediatamente responsabili di porzioni di territorio talvolta pregiate o strategiche. Unire i piccoli e medi comuni da un lato, realizzando opportune sinergie e risparmi, e decentrare in vere municipalità le metropoli, facilitando partecipazione e controllo, porterebbero a "misura d'uomo" e nello stesso tempo a maggior razionalità ed efficienza il governo della comunità locale.

Per altro a Milano non si tratterebbe di aggiungere alcunché al corpo politico bensì di affidare poteri effettivi e compiti esecutivi ai già esistenti Consigli di Circoscrizione, decentrando nel contempo le relative risorse ed il personale; pertanto con costi "a somma zero" rispetto ad una "macchina" che con circa 16.000 dipendenti risulta l'ultima azienda "fordista" rimasta sulla scena! Pensare ancora di affrontare i problemi minuti dei quartieri e delle periferie dal centro di comando di Palazzo Marino è un ossimoro non più credibile. Inoltre Milano ha la responsabilità di guidare la transizione alla città metropolitana, se non vuole restare, come le miopi amministrazioni precedenti, vittima impotente riguardo inquinamento atmosferico, regime delle acque, congestione del traffico, sistema dei trasporti e altro. La scelta del Sindaco Pisapia di delegare un'Assessore della sua Giunta ad "area metropolitana, decentramento e municipalità" lascia ben sperare. Auguri!

Valentino Ballabio

Risposta a Marinella Mandelli che chiede: quali criteri per la riduzione delle province lombarde?

(pubblicata il 27 luglio 2011)

Posto che i confini sono sempre originati da decisioni politiche (spesso arbitrarie e discutibili, a cominciare dal solco di Romolo contestato dal fratello gemello) spetta appunto alla politica, possibilmente senza la sua prosecuzione con altri mezzi, ovvero la guerra, assumere la responsabilità di deciderli.

Come si potrebbe allora ridisegnare la carta geografica della Lombardia nel senso di accorpare e modificare le sue province? Un primo rozzo criterio consiste nel taglio "lineare", alla Tremonti: via quelle sotto i 500.000 abitanti. Questa soluzione però non tiene conto di fondamentali fattori territoriali e logistici nonché economici e sociali.

Allora è bene cominciare dalla definizione dell'area metropolitana, visto che la istituzione della Città Metropolitana, dopo anni di disprezzo ed ironia, comincia ad essere sdoganata nel linguaggio politico ufficiale. Uno sguardo dal satellite mostra subito che mentre a sud la soluzione di continuità è facilmente individuabile appunto nel Parco Sud, a nord la "città infinita" si estende sin quasi alle falde dei laghi. Posto dunque che l'area metropolitana riguarda il territorio urbanizzato entro il quale "avvengono spostamenti di massa quotidiani", il confine nord non può che ricomprendere tutta la Brianza nonché la densa zona di Busto-Gallarate (per una puntuale e documentata dimostrazione vedi lo studio di G. Boatti "L'Italia dei sistemi urbani", Mondatori, 2008).

Formulata così una Città Metropolitana corrispondente al bacino della metropoli reale, che assorbe quasi metà degli abitanti della Regione, diventa relativamente spontaneo pensare un'ipotesi di accorpamenti, sintetizzabili nella seguente tabella, per arrivare a non più di 6 province residue di popolazione compresa tra 750.000 / 1.250.000, con una sola eccezione di più piccole dimensioni. Chiaramente tale estensione deve essere compensata da una radicale redistribuzione delle competenze verso i Comuni, come da articolo citato.

Milano 3.156.000
Monza 850
Brianza lecchese e comasca (stima) 200
Bustocco (stima) 200
Città Metropolitana 4.406.000
Como meno brianza 495
Varese meno bustocco 683
Como e Varese 1.178.000
Lecco meno brianza 240
Sondrio 183
Lecco e Sondrio 423
Bergamo 1.098.000
Brescia 1.256.000
Pavia 548
Lodi 227
Pavia e Lodi 775
Cremona 363
Mantova 415
Cremona e Mantova 778
LOMBARDIA 9.914.000




Certamente tale soluzione può apparire forzata e incontrare resistenze e riluttanze, magari nel nome di anacronistiche "identità", ma qual è l'alternativa? Mantenere le attuali 12 in Lombardia e 120 in Italia con l'effetto di delegittimarle tutte a furor di popolo, dopo gli incauti ma ripetuti ed autorevoli proclami multi-partisan per l'abolizione tout court?

Valentino Ballabio