MANIFESTO PER LA METROPOLI MILANESE


per semplificare, selezionare, sussidiare le istituzioni pubbliche,
sia al loro interno che nei rapporti reciproci,

per fuoriuscire dalla padella della Provincia di Milano
senza cadere nella brace della Provincia di Monza,

per un diritto di cittadinanza metropolitana,
ugualmente valido al centro come alla periferia.



G. (rincorrendo i Sapienti): bastava che guardaste nel telescopio!
B. Brecht, Vita di Galileo

***

Mentre profonde trasformazioni territoriali ed ambientali, demografiche ed economiche, sociali e culturali sono intervenute nella realtà milanese e lombarda, l' assetto delle istituzioni pubbliche è rimasto – negli ultimi tre decenni – sostanzialmente bloccato, sino a risultare oggi del tutto superato, inadeguato ad esercitare coerenti ed efficaci funzioni di governo locale e – soprattutto – intermedio.

Piccolo dialogo sui massimi sistemi
Da un lato la realtà sociale si è mossa verso un modello che metaforicamente può definirsi "copernicano". In particolare tra Milano, il Nord milanese e la Brianza – negli anni 80 e 90 – sono avvenuti massicci e irreversibili processi in direzione dell' integrazione, dell' omogeneità, dello sviluppo policentrico:
– pressoché completa saldatura fisica del territorio urbanizzato;
– espansione a macchia d' olio della residenza che ha riguardato oltre 300.000 abitanti;
– intenso e diffuso incremento della mobilità e del pendolarismo;
– forte intreccio di funzioni e attività, in conseguenza della capillarizzazione produttiva;
– irrimediabile svanire delle micro appartenenze campanilistiche e dialettali.

Dall' altro lato invece le principali entità istituzionali hanno mantenuto l' arcaica forma piramidale e "tolemaica" con:
– Palazzo Marino al centro dell' universo;
– il Pirellone, entità che aspira al centralismo "in proprio", ma ancora rappresentativa soprattutto delle Provincie periferiche: in un secondo cerchio;
– Palazzo Isimbardi, ente debole e marginale, deprivato di ogni rapporto col proprio Capoluogo e relegato a funzioni settoriali e di ordinaria amministrazione: in un' orbita ancora più esterna;
– i Comuni medi e piccoli, più autonomi che nel passato ma isolati ed a disagio nell' affrontare le sempre più frequenti problematiche sovra–cumunali (mobilità. traffico, inquinamento, sicurezza, ecc.): nelle sfere più periferiche;
– i grandi Enti strumentali (autostrade, ferrovie, energia, comunicazioni, ecc.): poteri forti sottratti ad ogni legge gravitazionale;
– i piccoli Enti (consorzi, parchi, società partecipate, ecc.): meteoriti vaganti.

Una testa mezzo voto, ed un voto fuori di testa
In particolare va rilevato che il Comune di Milano mantiene il ruolo centrale e di comando, rispetto a tutta la realtà circostante, che si giustificava pienamente quando le funzioni direzionali e terziarie erano concentrate dentro la cerchia urbana, ma che oggi risulta anacronistico e insopportabile nel momento in cui la dislocazione di centri autodiretti e di funzioni significative si è disposta orizzontalmente e "in rete" su una vasta area metropolitana.
In realtà il Comune di Milano può continuare ad esercitare tale ruolo, di improprio "governatore" della grande area, sfruttando – oltre che l' inerzia della tradizione – la dimensione quantitativa (entità del bilancio, capacità di accedere al credito, autosufficienza organizzativa, quota di audience). Tuttavia tale centralizzazione produce – al tempo stesso – un gigantismo burocratico che, nelle condizioni odierne orientate alla flessibilità ed allo snellimento, si ritorce contro la stessa città di Milano, rendendo più farraginosa la quotidiana gestione amministrativa e più labile la partecipazione democratica, specie nelle periferie.

Si determina pertanto una doppia distorsione tanto più grave in quanto riguarda il profilo del funzionamento della democrazia:

– I cittadini di Milano (a differenza dei cittadini degli altri Comuni) sono privati del diritto di eleggere Amministratori "vicini" e raggiungibili, cui riferirsi per gli ordinari problemi di manutenzione, pulizia, gestione dei servizi, sicurezza, ed – al tempo stesso – vivi, non di cartapesta quali i Consigli di Circoscrizione.

– I cittadini degli altri Comuni (a differenza di quelli residenti a Milano) invece eleggono Sindaci veri e presenti ma sono privati del diritto di votare per un' Autorità che li rappresenti nelle decisioni strategiche: pianificazione territoriale di ampia scala, grandi infrastrutture, salvaguardie ambientali, sviluppo coordinato e sostenibile, senza le quali la stessa azione dei Comuni si immiserisce (ridotti a pensare – e non solo ad agire – localmente!).

– Gli uni e gli altri sono chiamati ad eleggere, questa volta con uguale peso del voto, gli Organi di una Provincia debole e inconsistente, sia sul versante dei problemi immediati che delle questioni strategiche. Non stupisce che a quest' ultima chiamata siano disposti a rispondere sempre di meno! In conclusione tutti i cittadini dispongono di un voto dimezzato sulle cose che contano, ed un voto pieno su quelle che non contano!

Il Corvo, la Civetta ed il Grillo–parlante
Come si vede i sintomi della malattia politico–istituzionale che affligge la salute di un corpo economico e sociale che rimane tuttavia robusto e ben piantato nell' ambito nazionale ed europeo, sono innegabili ed evidenti. Tuttavia, come i medici accorsi al capezzale di Pinocchio, forze politiche, sociali, imprenditoriali nonché organi di stampa, a questo punto si dividono sulla diagnosi e sulle terapie:

– Custodi dello "status quo" ("se il morto piange è segno che gli dispiace di morire"): l' esistente è intoccabile e immodificabile, cercare di cambiarlo è utopia o ambizione napoleonica, le riforme sono null' altro che un pretesto per proclamarsi riformisti–innovatori–addetti al cambiamento, meglio occupare le posizioni politiche e burocratiche che metterle in discussione.

– Fautori della Provincia della Brianza ("se il morto piange è segno che è in via di guarigione"): se l' esistente è immutabile, a cominciare dall' osso duro del Comune di Milano, mostro coriaceo e prepotente che domina la foresta, allora meglio staccarsi, fuggire, erigere una barriera almeno psicologica; per quanti si tratti di un distacco fittizio ed emotivo, ed il confine abbia di fatto la consistenza di un segno tracciato col gesso.

Tra le due schiere è possibile inserire una terza ipotesi? Tertium datur? E' possibile che un piccolo novero di sognatori, visionari, predicatori nel deserto, restino comunque convinti che – nell' attesa di miracolose Riforme costituzionali, federali, ecc. – intanto sia il caso di applicare le leggi in vigore (nel caso specifico Legge 8.6.90 n. 142 Titolo VI modif. con Legge 3.8.99 n. 265 Capo II, nonché Legge 15.3.97 n. 59 Art. 4 comma 3) e che pertanto le istituzioni pubbliche debbano cambiare, secondo una linea logica e coerente? Ad essi si rivolge questo appello, per quanto possa apparite azzardato il richiamo ad una linea di condotta razionale e funzionale, in una materia che coinvolge così da vicino posizioni cosiddette politiche e di potere ("ma il grillo che era paziente e filosofo, non se ne aveva a male delle impertinenze...").

Meglio meno, ma meglio
Grazie alla dottrina ed all' impegno di pochi riformatori illuminati (da Massimo Severo Giannini a Franco Bassanini) parole d' ordine come snellimento, semplificazione, flessibilità, distinzione dei ruoli e delle responsabilità, efficienza ed efficacia amministrativa, appiattimento della piramide gerarchica, orientamento al risultato sono cominciate a risuonare all' interno di una Pubblica Amministrazione rimasta ferma alla fase "pre–fordista", improntata a modelli burocratico–militari. La sfida è ancora aperta, ma la strada è stata tracciata, ed anche – per quanto possa valere in questa Patria del diritto – rintracciabile sulla Gazzetta Ufficiale. Ora, affinché tali indirizzi si traducano in realtà occorrerebbe che dall' alto – dalla classe dirigente e dagli organi elettivi – pervenissero segnali coerenti e confacenti.
Invece accade ad esempio che, nel momento in cui tutte le responsabilità amministrative e gestionali passano a funzionari e dirigenti e tutte le funzioni esecutive convergono in un unico programma attuativo (P.E.G), in Comuni e Provincie continuino ad aumentare di numero Assessori ed Assessorati. Sono più gli Assessori della Provincia di Milano di quanti non avrebbero dovuti essere i Ministri del Governo della Repubblica!

Analogamente, nei rapporti e nei flussi intercorrenti tra le varie Istituzioni esiste la stessa esigenza di snellire, semplificare, chiarire "chi deve fare cosa", evitare doppioni, conflitti di competenza, rimpalli di responsabilità, veti incrociati. Se la Provincia di Milano continua a risultare una tenue ombra del Comune di Milano, tanto vale sopprimerla (oppure sopprimere il Comune di Milano), non certo duplicarla in un' ancor più improbabile Provincia della Brianza!
Anche in questo caso competenze e ruoli dovrebbero invece essere distinti e separati tanto dentro (fra politici e funzionari) quanto tra le Amministrazioni. Il "principio di sussidiarietà" verticale – qualora fosse applicato e non solo proclamato – fornisce una guida precisa ed eccellente per riattribuire compiti e funzioni, eliminando ogni doppione ed ogni confusione, selezionando con chiarezza fra Enti utili, superflui e dannosi.

Riformismo & conformismo
L' orientamento al risultato, non necessariamente disgiunto dalle idee forti e dai principi saldi, non è ancora patrimonio comune di un ceto politico che ritiene pressoché obbligatorio autodefinirsi riformista, ma che si paralizza di fronte ad ogni minima prospettiva di concreto cambiamento. Il riformismo senza riforme (ovvero conformismo) è iscritto da almeno due decenni nella Costituzione materiale di questa città, un tempo Capitale Morale, e resiste pervicacemente ad ogni variazione di colore delle Giunte e ad ogni turn–over di classe politica.

Sentite felicitazioni per l' approvazione in extremis, da parte della ex maggioranza parlamentare di centro–sinistra, della modifica costituzionale che, tra l' altro, rovescia la gerarchia degli Enti locali e intermedi e, in secondo luogo, introduce nell' ordinamento le Città Metropolitane.
Non è una differenza da poco. Giustamente il centro sinistra l' ha salutata con molta enfasi. Il centro–destra, se non fosse stato sorpreso nella contingenza elettorale, avrebbe tranquillamente e legittimamente potuto rivendicare qualche merito, soprattutto nella sua componente federalista "ante litteram". Infine il corpo elettorale ha confermato con tanto di Referendum! Si pone tuttavia una domanda. Se l' ordinamento per sussidiarietà ed il rilievo costituzionale attribuito alle Città Metropolitane sono una cosa seria, e non una trovata propagandistica (ma con la Costituzione non si dovrebbe scherzare!), cosa si aspetta a ragionare seriamente sull' area milanese che, poiché a Roma capitale è stato attribuito uno status specifico, risulta evidentemente la prima che attende di essere realizzata in Italia.

Sempre che la politica abbia ancora a che fare con la logica non si può infatti eludere il seguente sillogismo:
1) "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato" (Art. 114 comma 1, nuova Cost.);
2) Milano (poiché per Roma si prevede uno speciale statuto di città Capitale, art. 114 comma 3) risulta ovviamente la più importante area metropolitana presente in Italia;
3) ergo, se ne spezzi il territorio in due (Milano e hinterland da una parte, Monza e Brianza dall' altra) viene meno la materia di attuazione del nuovo enunciato costituzionale.
A meno che qualcuno voglia sostenere l' interpretazione che Province e Città Metropolitane potranno essere sovrapposte, e non alternative le une alle altre.Ci mancherebbe altro! Tuttavia tale folle interpretazione pare opportunamente sventata dall' Art. 118 comma 1, che richiama saggiamente i principii di differenziazione ed adeguatezza accanto a quello di sussidiarietà.

Allora il confine nord dell' area metropolitana finisce veramente alla Parpagliona e al Bettolino Freddo? Oppure la fascia un tempo periferica che corre dall' ex Falck all' ex Pirelli si candida a diventare un nuovo importante (non l' unico in un' area policentrica) centro direzionale? E possibile pensare un governo del territorio e del sistema della mobilità allargato e integrato, in una situazione di permanente emergenza traffico e inquinamento? La Provincia così com' è oppure le Provincie come saranno, sono ancora utili oppure devono essere superate da un ruolo di effettivo governo sovvracomunale? L' autonomia comunale è un' isola impenetrabile oppure oggi va messa in rete col resto del globo? Il gigante malefico Comune di Milano può essere addomesticato oppure dobbiamo rassegnarci a scappare ed erigere precari steccati?

"Padroni in casa propria" o capponi di Renzo ?
La stessa autonomia locale, che è un bene prezioso se usata con saggezza e lungimiranza, diviene un impaccio se abusata nell' illusione di essere i "padroni in casa propria", svincolati dal contesto globale. Sempre più spesso – come i capponi di Renzo – i Comuni riescono, nella sventura, a danneggiarsi a vicenda, e l' autonomia, svincolata da idee generali e non sussidiata da forme di governo più ampie, si ritorce contro.
Succede infatti che il traffico venga vicendevolmente scaricato fra Comuni attigui mediante apposite "tangenzialine" oppure che gli insediamenti sgraditi vengano insediati a ridossi dei vicini.
Del resto l' esasperazione della nozione di autonomia corrisponde, fatte le debite proporzioni, alla concezione della proprietà privata come diritto assoluto, non temperata dall' utilità sociale, di cui all' art. 41 della Costituzione, il cui fraintendimento ha tra l' altro comportato l' esiziale fenomeno dell' abusivismo edilizio.

Al contrario i problemi oggi emergenti possono essere affrontati solo mediante una "cessione di sovranità", o sussidiarietà, che semplifichi il rapporto fra le istituzioni, attribuendo a ciascun livello ambiti precisi di responsabilità, a cominciare dal governo del territorio.
Certamente si pone un problema: se cedo quote di sovranità, chi le riceve? E siamo sicuri che meriti di riceverle?
Non le merita infatti la Regione, data la sua dimensione, paragonabile a uno Stato, ed alla sua vocazione neo–centralistica, che oggi si configura nell' espressione dei Governatori.
Non le merita la Provincia di Milano, scatola vuota schiacciata dal prepotere del Comune di Milano, ma neppure la futura Provincia di Monza, che non potrà comunque sottrarsi all' influenza della realtà metropolitana nella quale siamo, volenti o nolenti, del tutto integrati sotto il profilo economico e sociale (basti pensate al mercato immobiliare, o al mercato del lavoro). Forse è il caso di ripensare "in grande" ad un nuovo livello di governo metropolitano, che sostituisca, abolendole, le deboli e inadeguate strutture esistenti, restituendo voce e capacità di influire ai cittadini dei Comuni periferici.
Al tempo stesso sarebbero più chiari i livelli di responsabilità, per fuoriuscire finalmente dalla palude dei tavoli concertativi, dei veti incrociati, degli scaricabarile.
Un tale governo metropolitano dovrebbe avere l' autorità di coordinare il piano territoriale, che la Legge 142 aveva – 12 anni or sono – affidato alle Provincie, ma che la Provincia di Milano ha fallito clamorosamente perché intimidita dalla Giunta Milanese, e rivelatasi incapace di offrire sussidiarietà rispetto agli strumenti urbanistici degli altri Comuni, col risultato di perpetuare la deregulation su vasta scala.

Oltre la cinta daziaria
D' altro canto un deciso decentramento della gestione dei servizi di primo livello gioverebbe grandemente alla stessa città di Milano. Vale l' esperienza di molti Comuni dell' hinterland, dove la prossimità di Amministratori e amministrati ha consentito di trasformare interi quartieri–dormitorio degli anni ' 70 in moderne cittadine dotate di verde e servizi, più pulite e con minori problemi di ordine pubblico. Così non è per le periferie milanesi.
L' ingovernabilità del Comune di Milano è strutturale, e resiste ad ogni scorciatoia decisionista ed autoritaria
Il Comune di Milano è l' ultima fabbrica fordista (meglio ancora pre–fordista) rimasta sul territorio. Anzi per onestà occorre ricordare che – in piena epoca fordista – Enrico Falck aveva reso autonoma la gestione delle varie Falck Concordia, Vulcano, Unione, ecc., fatte salve le strategie e le sinergie. Ma si trattava di un industriale vero, non di un iscritto alla Confindustria per fini di carriera politica!
Autonomia e flessibilità, mediante snelle e autonome Municipalità, sono il prerequisito indispensabile per meglio affrontare i problemi quotidiani, dalla pulizia di strade e giardini alla disciplina del traffico, dai servizi alla persona alla gestione del personale, vigili compresi.

L' intangibilità della "cinta daziaria" (ma sono 30 anni da che il dazio è stato abolito!) risulta ora una camicia di forza, un "muro di Berlino" che dimezza i diritti e le potenzialità sia di quelli che abitano dentro, sia di quelli che vivono dentro ma "risiedono" fuori. Tuttavia non mancano segnali di novità: vedi alcune grandi Banche che manifestano l' intenzione di spostare le Sedi centrali da piazza della Scala e dintorni a Sesto S. Giovanni (ovvero proprio presso l' erigendo confine della nuova Provincia!), mentre il nuovo centro degli studi, della ricerca e della cultura alla Bicocca è già una realtà.
Invece meno lungimiranti strutture pubbliche (vedi il Policlinico) scelgono di reinsediarsi per centinaia di miliardi in pieno centro storico, per accrescerne se possibile l' intasamento.

A sostegno... della mobilità sostenibile
Il documento "considerazioni e proposte per la mobilità a Milano" presentato dal "Comitato per la Mobilità Sostenibile", le cui buone intenzioni sono fuori discussione andrebbe tuttavia integrato e corretto su un punto decisivo.
Risulta infatti insufficiente, ed anche fuorviante, invocare un' Autorità metropolitana per la mobilità perché ciò che in realtà occorre è un Autorità metropolitana punto e basta. La differenza non è da poco. Fin tanto che il sistema della mobilità sarà costretto a inseguire e rimediare alle trasformazioni del territorio, che restano affidate alla mano invisibile del mercato piuttosto che a quella occulta dei poteri forti, ogni autorità settoriale risulta purtroppo compromessa in partenza.
Il territorio si può infatti governare soltanto a partire da uno strumento urbanistico generale, che leghi in un' unica trama strutture e funzioni, prevedendo in anticipo e con coerenza i vincoli, le destinazioni d' uso, gli insediamenti fondamentali.
Altrimenti chi vuole piazzare i centri commerciali presso i nodi stradali oppure pervicacemente reinsediare il Policlinico nel centro storico, a ridosso di un Palazzo di giustizia e di una Università, non fa che giocare alla tela di Penelope con qualsiasi autorità settoriale del trasporto e della mobilità.
Inoltre un' Autorità, che voglia essere effettivamente autorevole, sarà un' entità impegnativa ed a somma zero rispetto ad altri vertici e poteri.

– In termini liberali. Un' autorità per essere tale deve essere legittimata, in ogni sistema democratico, dal suffragio universale cui corrisponda una tassazione (e dunque un bilancio). Il Comune di Milano ha il bilancio ma non ha il voto universale (il Sindaco viene eletto da un terzo dei cittadini metropolitani); la Provincia di Milano invece ha formalmente il voto esteso erga omnes ma non ha il Bilancio (un ventesimo di quello del Comune capoluogo). Nessuna delle due è una vera Autorità.
– In termini marxisti. Una sovrastruttura politica e istituzionale è giustificata fin tanto che resta in sintonia con la struttura materiale, sociale ed economica. Non è questo il caso del Comune di Milano, dove la sovrastruttura rappresentativa dei residenti anagrafici registrati dentro la cinta daziaria non corrisponde più, da molti decenni, all' ambito socio economico ed alla stessa base fisica e territoriale (come dimostra la composizione della forza–lavoro in rapporto alla piramide demografica della città).

Non sarebbe allora il caso di cominciare a prendere la questione anziché dalla coda (effetto: traffico, intasamento, inquinamento) finalmente dalla testa (causa: espansione ed occupazione del territorio caotica e speculativa)? Ed attrezzarsi di conseguenza (strumento: città metropolitana autorevole e legittimata ad emanare un piano territoriale coerente e cogente)?

Lo stesso Comitato inoltre ha promosso un Referendum (celebratosi il 30 Giugno 2001 con esito grottesco) condivisibile nel merito ma assurdo e profondamente sbagliato in quanto si rivolgeva ad una base elettorale del tutto fittizia e non corrispondente all' ambito di interesse del problema e della sua possibile risoluzione. Guarda caso ancora una volta dentro il guscio della (ex) cinta daziaria oltre la quale anche la parte che si ritiene più avanzata e "ambientalista" non riesce a guardare!

Dentro quale contorno ?
Un acuto e impegnato osservatore della realtà lombarda quale Piero Bassetti ha giustamente riconosciuto (Atti del convegno CGIL Brianza del 9.5.97) l' esigenza del "coordinamento metropolitano" e del "governo più organico della Grande Milano", tuttavia proponendo un modello concertativo fra istituzioni "flessibili" (o flebili?) che, nei fatti, non ha purtroppo dato buona prova. Tale modello infatti non risolve il problema del "che deve decidere che cosa" e della relativa legittimazione. Di fatto le concertazioni e le "conferenze interistituzionali" si trascinano negli anni e nei decenni senza produrre risultati efficaci (vedi Polo esterno della Fiera, Interporti, grandi infrastrutture in genere).
Inoltre definisce "arcaico" il problema dei "confini", che non sarebbero esattamente definibili, e piuttosto concepibili a geometria variabile ("la delimitazione territoriale deve cambiare in funzione degli obbiettivi da raggiungere"). Ma allora:
– perché solo il confine del Comune di Milano deve ritenersi immutabile e immodificabile?
– siccome il voto amministrativo è tuttora legato a definiti ambiti territoriali, all' interno dei quali è registrata la residenza anagrafica degli elettori, come è possibile far corrispondere la investitura da parte dell' elettorato attivo (unica fonte di legittimazione, in un sistema democratico) con il conferimento di autorità necessario per un' efficace azione di governo?

Il modello della "sussidiarietà" (verticale, ovvero fra pubbliche istituzioni a partire dal Comune in qualità di "rappresentante la Comunità locale" cosi come viene definito dall' art. 2 della 142), è invece da ritenersi preferibile in luogo della concertazione fra "singoli attori" dispersi in un indefinito "reticolo", in quanto riconduce l' assetto istituzionale ad una geometria riconoscibile e comprensibile da parte di tutti i cittadini elettori.
Pertanto i confini devono essere ri–definiti (per quanto arbitrari essi possano apparire) pena la perdita di senso del momento elettorale quale fondamento democratico. Anche i confini statali sono arbitrari (altrimenti nella storia non avremmo avuto guerre e trattati), non per questo sono arbitrari gli Stati.
Semmai la novità consiste nel fatto che i confini (anche fra gli Stati) non sono più assoluti, bensì attraversati da "cessioni di sovranità", mediante regole accettate di comune accordo: su questo si fonda il "principio di sussidiarietà". Si è detto che dentro i confini non si deve stare come "padroni in casa propria", tuttavia neppure ci si può ridurre a homeless, senza confini e senza patria.
In conclusione: si alla rete, ma a patto che i "nodi" siano chiaramente definiti, e diano luogo ad un tessuto modulare e strutturato. No alla ragnatela ("un pluralismo di soggetti ciascuno dei quali agisce autonomamente")!

Da notare che nel convegno sopra citato il Presidente (ora Governatore) Formigoni ha confermato l' assetto istituzionale "tolemaico" e teocratico. In vece di Papa e Imperatore ci stanno modestamente la Città di Milano ("identità specifica che deve continuare ad avere un suo esplicito riscontro") e la Regione. Le entità intermedie sono riconosciute soltanto come "Provincie mute" o "distretti". La dignità dei Comuni è differenziata a seconda del grado di nobiltà e vassallaggio.

Navigando nel "periurbano"
A sua volta il Prof. Martinotti fornisce un ottimo inquadramento del problema circa i processi sociali e culturali che hanno segnato la trasformazione della realtà milanese, ed in particolare la simbiosi che lega Milano al suo intorno. Non si tratta tuttavia di un intorno indefinito, in quanto la "città metropolitana" si distingue nettamente dalla "città reticolare" (ovvero il resto del mondo!). Si tratta invece di una entità reale, per quanto "non riconosciuta", come aveva intuito fin dagli anni 60 la "parte più illuminata della classe dirigente locale", prima della decadenza "comparabile a quella di Napoli dopo l' unificazione italiana".
La distinzione fra "città reale" e "città amministrativa" rappresenta dunque un punto di partenza fondamentale per un discorso di riforma, il quale non può che consistere nel tentativo di riparare alla sfasatura prodottasi, e di rimettere in sintonia società e istituzioni politiche. "Queste dinamiche vanno governate" invitando la classe politica a superare la "mancata risoluzione dei problemi causati dall' estensione dei limiti della città nel territorio circostante".

Molto interessante ed utile, anche per comprendere la contemporanea evoluzione del problema nel contesto planetario, il recente saggio sempre di Martinotti, il quale per altro mi pare confermi ,o almeno non contraddica, gli assunti sin qui esposti.

– La diffusione dell' area periurbana è parte integrante della città contemporanea e contiene una quantità di elementi di vitalità economica, sociale e politica. Quindi l' integrazione centro–periferia risulta vincente e feconda, a dispetto dei sorpassati pregiudizi del "vetero cittadino" in ritirata.

– Il nuovo abitante metropolitano vive navigando nel periurbano, ovvero in uno spazio fisico emergente dentro una città di uomini e di cose, che resiste alla" illusione della società immateriale": si tratta pertanto di una realtà materiale che necessita di essere regolata e governata, tanto più che il sistema metropolitano è il maggior fattore di consumo energetico e di produzione dell' inquinamento atmosferico e sonoro.

– Quindi la formazione della città metropolitana è inesorabile, per quanto ponga problemi seri di governo locale, di formazione delle élites e di politica fiscale. Inoltre si pone la questione (scarsamente considerata nella letteratura!) riguardante il destino della partecipazione civica nella dimensione metropolitana.

– La città centrale ed il suo periurbano sono strettamente legate anche sotto il profilo morfologico.

– Se viene a mancare un governo complessivo delle aree metropolitane non si può escludere la creazione di sacche di povertà nelle zone periurbane.

– Il tutto avviene in un processo di globalizzazione, che tende verso un sistema economico, ma anche normativo, sempre più ampio e aperto. Il nuovo ordine mondiale si afferma mediante un processo simile alla nascita della polis in luogo delle antiche formazioni tradizionali (ovvero secondo una sorta di principio di sussidiarietà, quando tribù e clan non risultarono più adeguati a reggere la sfida competitiva !)

– Particolarmente apprezzabile lo schema interpretativo suggerito da Martinotti circa le "tre forme urbane" che si sovrappongono:
1) Comune: luogo storico di identità e appartenenza, che affonda le sue radici nelle origini medioevali
2) Metropoli di prima generazione: bacino di escursione delle popolazione diurna, insieme funzionale con scopi di equilibrio fra cores e fringes
3) Metropoli di seconda generazione: regione urbana o città a rete, spazio aperto per scorribande di popolazioni transeunti.
Con l' avvertenza che al punto 1) anche il Comune di Milano deve essere inteso come Comune storico (allora i confini stanno dentro la cerchia dei Navigli o, al massimo, dei bastioni), ed al punto 3) la quasi–regione così definita "scoraggia la riproduzione di un apparato politico amministrativo tratto dalla tradizione comunale", mi pare che lo schema non contrasti con la proposta di sussidiare i tre livelli Comune/Ente intermedio /Regione, tenuto conto che in tal modo da un lato si eviterebbe la "reductio ad unum" ("annegare l' identità comunale in quella metropolitana"), dall' altro si riuscirebbe però a "distribuire competenze e funzioni sul territorio, tirando delle linee e stabilendo dei confini", per quanto imperfetti e approssimativi possano apparire.

– Malgrado le difficoltà derivanti dalla "continuità ambigua" e dalla "definizione statistica" delle dinamiche urbane e territoriali, conflittuali con le "esigenze di certezza amministrativa" e di "rappresentanza politica", un ceto politico moderno e riformatore non può rinunziare al proprio ruolo e lasciare del tutto il campo alla spontaneità ed alla subalternità, tanto rispetto al mercato, quanto alle suggestioni demagogiche ed emotive.

– A dimostrazione di questa conclusione basti un un' ultima riflessione tratta dal lavoro di Martinotti: "il fenomeno metropolitano è caratterizzato anche da una progressiva urbanizzazione ai confini dell' area". Pertanto il tema della pianificazione territoriale che regoli e limiti tale espansione a macchia d' olio, e di conseguenza del soggetto abilitato a praticarla, risulta decisivo tenuto conto che "l' uso delle definizioni comunali oscura il fenomeno".

Provando e riprovando: un candidato alternativo o un' alternativa al candidato?
Come i dottori aristotelici alla corte di Cosimo, gli esponenti del centro sinistra milanese si sono accaniti (in occasione delle ultime elezioni comunali) in infinite dispute circa il possibile candidato perfetto, e tuttavia su un punto si ritroverebbero uniti, cementati da un solidale e incrollabile "pensiero unico": il rifiuto di guardare dentro il cannocchiale, per vedere come gira la città che il candidato si candiderebbe ad amministrare.
Dopo di che si sono stupiti che i presunti e, immancabilmente, mancati candidati ammettessero che il migliore è Albertini, che non si è potuto né si potrebbe fare di meglio.
In effetti una ragione per tanto gratuito entusiasmo in favore della scorciatoia di stampo decisionista e centralista c' è; perché la città così com' è non può che essere governata così, con buona pace di tutti i sognatori e dispensatori di buone intenzioni: vivibilità, ambiente, solidarietà, supremazia del "pubblico" e così via.
Adagiata nel dogma dell' immutabilità del sistema la sinistra milanese gira a vuoto attorno ad un centro fittizio ed apparente, subalterna e vana, riluttante ad ogni tentativo di riforma, per quanto moderata essa possa infine risultare. Convinta che la moderazione consista nel fare le cose a metà, invece che fare cose moderate ma fino in fondo! L' unica tentazione che la può avvincere consiste nell' inseguire qualche conato di controriforma della destra.

Un esempio. Vittorio Gregotti, architetto e urbanista, ha scritto (La Repubblica, 18/1/2001): "L' importante è che non ci si dimentichi dei problemi strutturali della città e del territorio. Per esempio tutta la relazione col nord Milano. Un problema molto complesso. Milano ha due confini molto diversi: un sud agricolo, quello che Cattaneo chiamava il ' sud bagnato' , e un nord industriale. Tutti i cambiamenti strutturali della città si sono concentrati in questa seconda parte. E' arrivato il momento di trovare una sede per avere una politica territoriale un po' più vasta di quella del Comune. Non si può più pensare a Milano come Milano centro".
Ebbene, a dispetto di tale saggia e persino ovvia considerazione, il centro sinistra pressochè all' unanimità con il polo e la lega cui appartiene l' iniziativa, consenziente Rifondazione, si appresterebbe a tracciare un nuovo e inusitato confine: la Provincia di Monza.

Ma è del tutto evidente che la questione non riguarda solo i monzesi, bensì tutta l' area metropolitana nel cui ambito sorge, si sviluppa e prospera il caos del traffico, che non a caso (certamente in caso di allarme–inquinamento–aria) si propaga per tutta una "area omogenea" che si estende oltre i limiti della Brianza.
Così come riguarda i residenti del contado, considerati clandestini allorquando giornalmente calano in massa dentro il centro per invadere aule ed uffici, rilasciando un alone di smog e rifiuti, e non invece cittadini con cui fare i conti nell' ambito di un sistema di governo del territorio unitario e coerente.
Così come riguarda gli abitanti delle periferie, cui è negato il diritto di autogestire un proprio bilancio e di eleggere un proprio Sindaco, semi–cittadini emarginati ed esuli in patria.

Ma sono tempi duri per chi insiste nel voler usare riga ed compasso nel campo della politica e dei media, tuttora dominato da guru e santoni, alchimisti e taumaturghi. E' già buona schivare il rogo. Ma attenzione: l' Inquisitore è dietro l' angolo.

Chi ghe volta el cuù a Milan, ghe volta el cuù al pan
Una nuova cultura politica e amministrativa non potrebbe avviarsi che a partire dalle aree più forti, vive ed attive del Paese. Tale è senz' altro da considerarsi il territorio di Monza e della Brianza, che comprende sia città ricche di storia e tradizione, sia comuni di recente ma intenso sviluppo economico e culturale. Tuttavia la specificità di questo territorio è di essere oggi più che mai integrato con l' area metropolitana: la geniale intuizione degli avi di costruire qui la prima ferrovia, trova oggi pieno compimento. Perché dunque agitare una separazione che non si è mai posta nei secoli? Monza ha mantenuto da sempre il rito romano pur convivendo nella Diocesi ambrosiana. Se a Monza non è mai servito un Vescovo, servirebbe oggi un Prefetto?
Comunque sarà cura della mano invisibile del mercato farsi beffe di ogni fittizia e artificiosa separazione amministrativa: il prezzo al metro quadrato dei capannoni brianzoli come le opportunità di lavoro dei giovani lissonesi o vimercatesi resteranno comunque in balia delle decisioni – o delle non decisioni – del vicino più potente e ingombrante, che ha voce in capitolo a livello nazionale e internazionale e può scegliere – o non scegliere – sui nodi strategici determinanti per tutti.

E San Giuan fà minga ingan
Un unico Governo metropolitano, con competenze generali (non settoriali ed "a ciambella" come l' attuale Provincia), legittimato da quasi quattro milioni di cittadini, con un "bilancio allargato" di grande consistenza, potrebbe meglio misurarsi con i problemi strategici e strutturali e confrontarsi autorevolmente con le altre metropoli europee.
Tuttavia chi segue da molti anni le vicende politico–amministrative milanesi non può farsi illusioni e fare a meno di prendere in considerazione anche la subordinata più pessimistica.
Se infatti dovesse perdurare l' insopportabile atteggiamento da "padrone di casa" del Comune di Milano che non accetta di comportarsi da normale condomino (detentore della maggioranza relativa, non assoluta dei millesimi), diverrebbe purtroppo inevitabile la spinta centrifuga e disgregatrice tendente a separare nuove Provincie (e forse non solo esse).
In questo caso è tuttavia da ritenere che Sesto, Cinisello e Cologno, abbiano tutto interesse a non rimanere appiccicati a Milano nel ruolo di cintura, e invece debbano chiedere di aderire ad un' eventuale Provincia di Monza, che – con un territorio aperto anche a Sud – risulterebbe per altro più credibile.
Del resto gli stessi nomi compositi di Sesto San Giovanni e Cologno Monzese richiamano ad un alveo storico che – chissà! – potrebbe ricorrere.

Si è detto delle cause del disagio, ma il rimedio non può dunque essere separazione e fuga. Al contrario occorre il coraggio di stare da protagonisti dentro la nuova realtà metropolitana, non certo in modo supino ed acritico bensì ponendo con forza condizioni e regole. Tali vogliono essere le proposte e gli obiettivi del presente appello.

Il percorso e le regole minime

1. Suddividere il Comune di Milano in autonome Municipalità. Non importa quali e quante purché abbiano la dignità di normali Comuni (alcuni dei quali peraltro preesistevano al conglobamento nella "cinta daziaria" imposta in epoca fascista);

2. Fondere le restanti funzioni indivisibili con la Provincia, creando un' unica autorità metropolitana, dotata di un mandato generale di governo e rappresentanza;

3. Limitare tassativamente a due (locale e intermedio) i livelli di governo elettivi al di sotto della Regione. Inammissibile la coesistenza Provincia–Comune–Circoscrizione;

4. I rapporti tra i tre livelli (Regione compresa) saranno rigorosamente improntati alla sussidiarietà, compresi gli ambiti di pianificazione territoriale;

5. I confini della nuova Metropoli Milanese potranno essere più ampi, non più ristretti dell' attuale Provincia (ovvero il peso relativo della periferia rispetto al centro può crescere non diminuire);

6. Comuni e Municipalità, interni all' area metropolitana, potranno collaborare a mezzo di Consorzi strumentali e/o Aziende e coordinarsi secondo ambiti volontari.

7. Tutti i cittadini metropolitani avranno uguali diritti e doveri, ed il voto di ciascuno di essi avrà uguale peso e dignità, indipendentemente dal Comune di residenza anagrafica.



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Per affrancarsi dalla deriva del conformismo politico,

per costruire un autogoverno autentico e democratico,

per rivendicare un nuovo Statuto ordinato, moderno, europeo.



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Metropoli Milanese, Dicembre 2001